Briciole di Sandro Penna

LA VITA DI SANDRO PENNA


Sandro Penna nacque il 12 giugno 1906 a Perugia, dove trascorse la giovinezza compiendo studi irregolari. Nel 1929 si trasferì a Roma, città nella quale visse sino alla morte (salvo una breve parentesi milanese), esercitando i più disparati mestieri.

Le prime liriche di Penna uscirono su «L'Italia letteraria», nel ’32. Se ne deve la pubblicazione alle premure di Umberto Saba che fraternamente lo incoraggiò a coltivare il dono della poesia. Ci sono rimaste, di quegli anni, alcune lettere che oltre a essere un documento letterario, costituiscono anche la testimonianza di un’amicizia, come traspare dal tono affettuoso, talvolta svagato e scherzoso, dell’epistolario. Così il 23 novembre 1932 il poeta triestino scriveva a Penna: «Ho copiato le tue nuove poesie in un fascicoletto che ora gira per le mani dei miei amici. Tutti quelli che l’hanno letto, Stuparic, Giotti e altri che non conosci, sono rimasti entusiasti. […] Ti vedo sempre con la tua valigetta, le tue nove meravigliose poesie, e poca (non molta) nevrosi. O leggero Penna, tu non sai una cosa: non sai quanto t’ho invidiato!».
Solamente nel dopoguerra, però, uscirono le raccolte più significative di Penna: nel ’56 Una strana gioia di vivere, nel ’58 Croce e delizia. Per dodici anni il poeta non pubblicò altri volumi di versi: fino al ’70, quando da Garzanti apparve il libro Tutte le poesie, che comprendeva le raccolte precedenti e importanti inediti.
Dopo il ’70, nel frattempo, intorno al personaggio Penna, al vecchio poeta malato e vagabondo, alle sue difficili condizioni di vita, si rivolgeva l’interesse di molti intellettuali italiani, i quali in un appello sul quotidiano romano «Paese Sera» esprimevano l’urgente necessità di occuparsi di lui, ormai «ammalato e in condizioni di estrema indigenza».
Le ultime due raccolte del poeta furono pubblicate postume: nel ’76, a pochi mesi dalla morte, uscì Stranezze; infine, nell’’80, Confuso sogno.
Ciò che colpisce immediatamente il lettore di Penna è la sua posizione appartata nel panorama della poesia italiana contemporanea, la sua indifferenza nei confronti delle mode culturali.
La poesia di Penna, estranea all’Ermetismo e alle poetiche del Novecento, è — pur nella sua limpidezza — enigmatica e quasi miracolosa, nel senso che è assai difficile coglierne il retroterra letterario. Non è ancor chiaro, infatti, dove essa affondi le proprie radici. Il poeta Bigonciari, non a caso, la paragonò a un «fiore dal gambo invisibile».
I lirici greci, ma anche Leopardi e Rimbaud, fanno sicuramente parte della sua cultura poetica, e poi Saba, ma il Saba più melico delle Canzonette — «Baciami sulla bocca, ultima estate./Dimmi che non andrai tanto lontano/Ritorna con l’amore sulle spalle/Ed il tuo peso non sarà più vano», recita una delle indimenticabili poesie di Penna.
«Poeta esclusivo d’amore», come egli stesso si è definito, Penna canta con ossessiva levità l’amore per i ragazzi («i bianchi marinai», «il tenero garzone di fornaio», «l’adolescente odoroso di fichi»…), mai — però — l’amore per uno solo.
La sua poesia è popolata di figure di ragazzi, ritratti nella grazia inquieta dell’adolescenza — «Tu morirai fanciullo ed io ugualmente/ma più belli di te ragazzi ancora/dormiranno nel sole in riva al mare», «Fuori il vento toccava le case degli uomini, le lente migrazioni dei fanciulli…».
Anche i luoghi, i paesaggi cantati da Penna ritornano in modo ossessivo — sempre gli stessi, indimenticabili: le strade e le piazze di Roma, le sale buie dei cinematografi, i bar anonimi della periferia, i tram affollati, i «neri treni», la verde e umida campagna, i bianchi marmi dei ponti, e ovunque il respiro del mare, il mormorio del fiume nel quale si riflettono le luci tremolanti della sera.
La poesia di Penna — ha osservato Pasolini — è costituita da «un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini, con asfalto ed erba, intonaci di case povere, interni con modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza innocente […]».
Tuttavia, per quanto si cerchi di esplorare i territori dell’opera di Penna, essa rimarrà per noi sempre un enigma capriccioso e impenetrabile, anche nelle sue poesie in apparenza più trasparenti, anche là dove, come recita un suo verso, «il sole brilla sereno sugli oggetti»: in realtà Penna è un poeta del mistero.

A cura della Redazione Virtuale di ItaliaLibri



LE SUE OPERE PRINCIPALI

- Poesie, Firenze 1938

- P. Claudel. Presenza e profezia (trad.), Roma 1947

- Appunti, Milano 1950

- Arrivo al mare (narrat.), Roma 1955

- Una strana gioia di vivere, Milano 1956

- Poesie, Milano 1957

- Croce e delizia, Milano 1958

- Stranezze, Milano 1976

- Tutte le poesie, Milano 1970 (poi Milano 1977)

- Un po' di febbre, Milano 1973




 

 
   FOTOREPORTER ANNI '70


Umbro di nascita, viveva a Roma in un appartamento del Comune, residuo dell'acquisizione del patrimonio ecclesiastico del 1870 e da quel tempo mai restaurato: una stamberga cadente alla Mola dei Fiorentini, circostanza che gli faceva attribuire ai toscani la sua miserabile condizione abitativa. Declamava: "Questi puttanieri che si rifanno su di me del tradimento del Baglioni da Forgiano che passò ai francesi!". Mi veniva da ridere, mentre lo osservavo immobile ai bordi di una laguna di giornali e cartacce sparsi sul pavimento, che celavano qui un De Pisis, lì un Morandi. "Attento, che mi rompi Casorati!". Sandro Penna era malato e passava le sue giornate fra brevi uscite di casa e l'abbandono su una cuccia lercia dove, al di sopra del cuscino, troneggiavano bottiglie di plastica piene di brodaglie colorate, dalle quali suggeva attraverso lunghe cannucce. Ruggero Guarini mi chiese di proporgli una collaborazione alla terza pagina de "Il Messaggero" per ottantamila lire a pezzo. Quando glielo dissi, Penna andò su tutte le furie: "Ottantamila lire a me, alla voce più alta della poesia italiana ed europea". Cocciuto, disperato, abbandonato a se stesso, Penna lo sarebbe rimasto fino alla morte. Mi regalò alcuni versi scritti a mano su un fogliaccio, riconoscente per tutte le volte in cui lo avevo accompagnato al canile municipale ad abbracciare il suo amato cane.
SANDRO BECCHETTI


          OMAGGIO A SANDRO PENNA
       di Pier Paolo Pasolini

Ho fatto un culto di Penna: e, come tutti i culti, esso mi dà il rimorso di non essere così forte e fedele da praticarlo degnamente. Ciò lo dico come se ambedue, Penna e io, fossimo morti, e la vita non ci toccasse dunque più con la sua miseria, che giorno per giorno, ora per ora, contraddice ciò che Penna è e ciò che io penso egli sia. È la vita nella sua totalità, come se noi l’avessimo del tutto adempiuta (e di fatto è quasi così), che ora io guardo. In questa vita lui si è tenuto in disparte, a contemplarla, come un animale buono, che qualche volta deve pur nutrirsi, e allora è costretto a predare, non potendo vivere di pura contemplazione, di "gioia e dolore di esserci". Avrà dunque compiuto anche lui i suoi peccati, e anche la sua coscienza avrà laboriosamente lottato per giustificarsene. E ciò l’avrà teso patetico come il personaggio di una grande opera, che quasi non canta. Questa tenerezza della miseria umana lo circonda come una aureola terrestre intorno a un capo celeste. Non dico che queste parole lo rappresentino del tutto fedelmente, e che non possano prestarsi a qualche equivoco, per un estraneo che legga questa nota: sì, infatti oltre che miseramente patetico, è anche un po’ buffo. E ciò contraddice alla sua immagine santa che sto delineando. Contraddice, intendo, nei termini usuali con cui si discorre: in realtà tutti i santi sono patetici e buffi. In cosa consiste la sua santità? Nel silenzio con cui ha rinunciato alla vita e al suo godimento così come è inteso nella nostra parte di storia in cui siamo apparsi su questa terra. Ripeto, ha cercato il suo godimento altrove, in cose considerate da tutti futili, remote, incomprensibili, infantili e sconvenienti. Anche Penna è stato, ripeto, un po’ predone di quella realtà che forse dovrebbe essere unicamente contemplata. Ma è proprio da questi suoi momenti di peccato - in cui è venuto meno alla regola della rinuncia e della umile, silenziosa, monastica protesta contro il mondo, così sublime e così inaccogliente - che ha trovato le ispirazioni per la sua poesia. Essa consiste nell’osservazione lieta e priva di ogni speranza delle cose (per Penna pochissime, anzi forse una sola) che si possono avete nel mondo per sopravviverci: ma questa osservazione è compiuta nel silenzio di quel luogo dove non si vive più ma, appunto, si contempla soltanto. Questa sua esclusione di se stesso da un mondo che del resto lo escludeva, è stata una lunga ascesi, fatta di notti e di giorni senza regola, in cui si ride e si piange, come ingenui personaggi di opere romantiche senza principio né fine, con le loro croci e le loro delizie: una lunga ascesi in cui, anziché pregare, egli ha cantato le forme del mondo lontano.

Che ciò abbia fatto di lui - oltre che un santo anarchico e un precursore di ogni contestazione passiva e assoluta - anche forse il più grande, e il più lieto, poeta italiano vivente - è un discorso che si svolge su un piano molto più basso di quello di questa nota timida e aggressiva, che rigua:da più la sua poesia vissuta che la sua poesia scritta. È la prima infatti a contare veramente, per chi - appunto perché educato e come tolto a se stesso da un lungo amore per la poesia - riesce a intravedere in essa ciò che vale al di fuori di ogni valore: la santità del nulla.
Pier Paolo Pasolini







OMAGGIO DEL COMUNE DI PERUGIA



L'architettura "spaziale" di Italo Rota per una biblioteca che abbandoni i polverosi scaffali d'altri tempi per dare carattere ad un contesto urbano in costante cambiamento: San Sisto.
Si tratta di vivere la cultura usufrendo, oltre che del materiale "bibliomediatico", di spazi dedicati ad esposizioni, eventi di vario genere e, soprattutto, a rappresentazioni teatrali presso il nuovo impianto adiacente alla bibliomediateca.
La Biblioteca di San Sisto intitolata Si estende su tre piani, tutti forniti di postazioni multimediali. E' un disco completamente vetrato che si illumina di notte dove al piano terra è presente l' area multimediale con accesso ad Internet, consultazione di documenti multimediali e salotto per la lettura di giornali e riviste; la sezione musica con 1.000 dischi di musica classica ed operistica del Fondo Trani, cd di  musica moderna, libri sulla musica, assieme alle tecnologie per l'ascolto in stereofonia.
Al primo piano è situata la sala lettura con accesso ad Internet, ai cataloghi informatici online, libri su vari argomenti. Il secondo piano è interamente dedicato ai bambini e ragazzi con libri e documenti multimediali per i giovani lettori, accesso ad Internet dove, nell'ambito dei progetti La Valigia del Narratore sono previste attività di animazione alla lettura e laboratori rivolti sia alle scuole che al pubblico dei ragazzi.
La Biblioteca si trova nella
piazza centrale del quartiere di San Sisto, accanto ad aree verdi, terrazze e zone parcheggio, capaci di accogliere un utenza non solo locale, ma proveniente da tutta la città.

Sandro Penna è il più invocato tra gli autori meritevoli di un Meridiano (Alinari)




ALCUNE  POESIE

La vita... è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all'alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell'aria pungente.
Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l'azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

Era l’alba sugli umidi colli.
E la luna danzava ancora assorta
colle lepri del sogno. La lattaia
discendeva il suo colle. Ognuno amava
la propria casa come una scoperta.
Mi avevano lasciato solo
nella campagna, sotto
la pioggia fina, solo.
Mi guardavano muti
meravigliati
i nudi pioppi: soffrivano
della mia pena: pena
di non saper chiaramente…
E la terra bagnata
e i neri altissimi monti
tacevano vinti.
Sembrava
che un dio cattivo
avesse con un sol gesto
tutto pietrificato.
E la pioggia lavava quelle pietre.
Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.
Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me.
Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.
La luna si nasconde e poi riappare
lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardarre.
Se son malato vago tra la folla
del sobborgo. ma l’umido grigiore
invernale mi rende triste e solo.
A soffi sale sulla via un afrore
caldo da una palestra sotterranea
ove giovani e nude belve assalgono
nemici immaginari, in basso a scatti
soffiando.
Un vecchio mendicante guarda,
come me, la scena senza nostalgie.



CITTA'

Livida alba, io sono senza dio.
Visi assonnati vanno per le vie
sepolti sotto fasci d’erbe diacce.
Gridano al freddo vuoto i venditori.
Albe più dense di colori vidi
su mari su campagne inutilmente.
Mi abbandono all’amore di quei visi.
L’aria di primavera
invade la città.
Ai fanciulli la sera
cresce un poco l’età.


SCUOLA

Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
di collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
Giunto fra un incrociar di lenti carri
stetti fra un indugiar di lenti affetti.
Sotto il cielo mirando i caldi tetti
esitavo nel sole tra i ramarri.
Già mi parla l’autunno. Al davanzale
buio, tacendo, ascolto i miei pensieri
piegarsi sotto il vento occidentale
che scroscia sulle foglie dei miei neri
alberi solo vivi nella notte.
Poi mi chiudo nel letto. E mi saluta
il canto di un ragazzo che la notte,
immite, alleva: la vita non muta.


FINESTRA

E’ caduta ogni pena. Adesso piove
tranquillamente sull’eterna vita.
Là sotto la rimessa, al suo motore,
è – di lontano – un piccolo operaio.
Dal chiuso libro adesso approdo a quella
vita lontana. Ma qual è la vera
non so
E non lo dice il nuovo sole
Forse invecchio, se ho fatto un lungo viaggio
sempre seduto, se nulla ho veduto
fuor che la pioggia, se uno stanco raggio
di vita silenziosa..
(gli operai pigliavano e lasciavano il mio treno,
portavano da un borgo a un dolce lago
il loro sonno coi loro utensili).
Quando giunsi nel letto anch'io gridai:
uomini siamo, più stanchi che vili.
Fuggono i giorni lieti
lieti di bella età.
Non fuggono i divieti
alla felicità.
Alta estate notturna.
Le tue finestre colme
di vita famigliare. Il mio silenzio
entro il buio fogliame.
Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune
Il viaggiatore insonne
se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buio paese
in un accordo breve...
Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.


TORRE

Mi portano lontano
dal mondo le campane
del vespro. Ma le umane
trite cose? la mano
di quell’uomo al lavoro
su la spiaggia lontana
che già s’abbuia…
Umana
tenerezza nel coro.
Ritornava il borghese alla sua casa
pel mezzogiorno. In riva al fiume amico
un ragazzo operaio sue guerriere
voglie sfogava nel lanciare all’acque
sassi veloci. Ora al borghese piacque
nel sole il giuoco. E a lui disse parole
di cauta simpatia. Ma s’accigliò
l’operaio non uso a confidenze.
Insistere dovette con suoi modi
amorosi il borghese a fare il chiaro.
Quando in fine apparì dietro l’altera
espressione una luce limpidissima
ma quanto limpida.
Tornò il borghese
alla sua casa con la nuova luce.
Amavo ogni cosa nel mondo. E non avevo
che il mio bianco taccuino sotto il sole.
La luna di settembre su la buia
valle addormenta ai contadini il canto.
Una cadenza insiste: quasi lento
respiro di animale, nel silenzio,
salpa la valle se la luna sale.
Altro respira qui, dolce animale
anch’egli silenzioso. Ma un tumulto
di vita in me ripete antica vita.
Più vivo di così non sarò mai.
Quando su la città, beata, antica,
il dolce e rumoroso crepuscolo cantava,
i lenti carrozzoni portavano lontano
le sudice divise dei giovani operai.
A tutti sconosciuto (e quanto poi, a se stesso!)
fra le odorose e sudice divise amava andare
- alla dolce deriva delle periferie -
un angelo. (E credete: non quello che oggi scrive).
Non era la città dove la sera
ebbro cantavo fra le sparse luci
sopra la dolce umidità del fiume.
Adesso un biondo sole sulla nera
bottega di mio padre par che bruci
la nostra assenza. E non ritrovo il fiume.
Disegnavano in me nel caldo letto
un’alba nelle curve i lenti stridi.
Assonnato lasciava la rimessa
il vuoto carrozzone illuminato.
Nel grigio l’attendevano animati
e caldi gli operai. Sul selciato lontano
anonimo batteva il primo amore.
Ero solo nel mondo, o il mondo aveva
un segreto per me? Di primavera
mi svegliavo a un monotono accordo
e il canto di un amore mi pareva.
Il canto di un amore che premeva
con gli occhi di quel cielo puro e fermo.
Era la mia città, la città vuota
all’alba, piena di un mio desiderio.
Ma il mio canto d’amore, il mio più vero
era per gli altri una canzone ignota.
Quando gli aspetti del mondo lucevano
entro il leggero sole di ottobre,
felici e crudeli era bello
sognare.
Si ricompone un ritmo. Primavera
nella gaia città, dove un fanciullo accorre
se passa una fanfara. Dove le chiese
dimenticano i fedeli, e nelle aiuole
dormono abbandonate biciclette.
Traversare un paese… e lì vedere
cheti fanciulli ridestarsi a un soffio
di musica e danzare. S’allontana
forma o colore: un sogno. Viva resta
la dolce persuasione di una fitta
rete d’amore ad inquietare il mondo.
Mi perdo nel quartiere popolare
tanto animato se la sera è prossima.
Sono fra gli uomini da me così
lontani: agli occhi miei meravigliosi
uomini: vivi e chiari, non valori
segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.
In un angolo buio prendo il posto
che mi ha lasciato un operaio accorso
(appena in tempo) all’autobus fuggente.
Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi
svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane
(di lui anonimo, a me dalla vita
preso) in quell’angolo buio un suo onesto
odore di animale, come il mio.


LETTERATURA

Di là dal fiume un canto di ragazzi
ebbri, nella sera di luglio.
Io buio, sul sedile, e vuoto.
Ero una volta Holderlin… Rimbaud…
L’ombra di una nuvola leggera
mi condusse a un fanciullo
che uscito dal torrente
nudo si stese sull’erba.
Mi sentii
come dopo la prima comunione.
E su di lei
rotolarono giorni verdi e uguali
e monotoni vespri con le donne
ferme sugli usci di vie desolate
a manovrare pettini e capelli.
Tutto il giorno passai coi contadini.
Altro non feci che vederli fare.
La sera la vergogna ai colmi vini
mi prese: alla taverna cosa stavo io a fare?
Isolato, in un angolo, oh sul muro
leggo atterrito e attratto: «il nostro Sandro
poeta fa l’amore di sicuro,
è sempre solo muto come un mulo».
Senza fiato rimango, ormai felice
di quel che il muro, a me tacendo, dice.


PIANTO

Da un grande casamento,
pieno di luci, viene
solo un rumore, assurdo
e inutile, di latta.
L’infanzia, se rammento,
è, a volte un poco sciatta.
Era un mattino di un dolce gennaio
pieno di sole. E la mia vita apparve
nel silenzio ricolma di parole.
Così non fu, perché le mie parole
furono scarse, e forse senza sole.ù
Ma resta nel mattino di gennaio
forse già un vecchio, ma pieno d’amore.
Era l’alba sugli umidi colli.
E la luna danzava ancora assorta
colle lepri del sogno. La lattaia
discendeva il suo colle. Ognuno amava
la propria casa come una scoperta.
Notte: sogno di sparse
finestre illuminate.
Sentir la chiara voce
dal mare. Da un amato
libro veder parole
sparire...
Oh stelle in corsa
l’amore della vita!
Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia.
E tutto è calmo.


CIMITERO DI CAMPAGNA

Fra la gioia dei grilli
oscure fiaccole.
E in alto le stelle.
Al giovane cuore
la riposata ridda
delle solari
gesta del giorno.
Ma un’ansia i ridenti occhi già turba
al fanciullo venuto per gioia con me



Un po’ di febbre
di Sandro PENNA 


Da qualche giorno aveva un po’ di febbre. Anzi era certo che si trattasse di un morbo tubercolare. Sapeva, in breve, di dover morire. Però doveva farsi tagliare ugualmente i capelli, e la barba. Certo, aveva capito che anche chi sa di dover morire non può sfuggire alle cose di tutti. I pensieri di un simile stato d’animo sono diversi, sì, da quelli di un altro, ma si finisce coll’andare ugualmente dal parrucchiere. Si fa tutto con quella lenta angoscia che sta in fondo, ma la cosa più triste è appunto quel sapere che non c’è altro da fare che le solite cose. Così egli entrò dal barbiere. Barba e capelli. Inutile ormai risparmiare una lira e farsi la barba da sé. Del resto egli aveva già presentito un piacere nel trattenersi a lungo, lì. (Quando non era malato gli sembrava un supplizio.) Il giovanotto che aveva cominciato a far giuochi con le forbici sopra la sua testa era un tipo assai volgare. Roseo quasi rosso, viso largo quasi tondo, carnoso quasi grasso. Ancora bello perché giovane. Il proprietario, del resto, sarebbe stato peggio assai. Sporco di barba bianca e nera, odoroso di sigaro e sudore, forse aveva le mani umide e fredde che lo avrebbero carezzato sul volto. Eppure a lui si pagava, a lui si sottometteva il giovanotto. A questo punto delle sue osservazioni, il malato vide entrare nella bottega, svelto ma silenzioso e inavvertito, un ragazzetto di dodici o tredici anni. Nessuno badò a lui. Tant’è vero che dopo essere entrato egli poté mettersi diritto contro un muro e guardare per aria. Il malato capì subito che sarebbe stato lì molto tempo volentieri. A lui che doveva morire era permesso regalare tutta la sua attenzione ad un fanciullo. Il quale sembrava sospeso in quell’atmosfera di cosmetici, assente o lieve, con gli occhi verdi che non guardavano «veramente» cadere in terra i capelli del malato. Aveva i calzoncini di nessuna forma e di nessun colore. Li teneva legati alla cinta forse con uno spago. Certo i bottoni non c’erano più. Aveva una camicetta o maglia di un bianco incerto. Insomma un povero piccolo ragazzaccio come tanti altri: ma il malato si incantava sull’espressione sospesa di quel ragazzo. Anche la bocca sembrava, non chiusa, non essere aperta. Di tanto in tanto quell’incantamento era bruscamente risolto da un ordine del padrone: «prendi la scopa; accendi il gas; ragazzo, spazzola». Ma egli obbediva come un angelo prigioniero ai mercanti. Senza orgoglio, senza stizza, non umiliato, così semplicemente obbediva; e subito dopo riprendeva quell’atteggiamento che sembrava al malato così misterioso. Non sorrideva mai e il suo volto era immerso in un flusso di uguale dolcezza leggera. Probabilmente pensava ai compagni, al greto del fiume, ai molti tuffi nell’acqua e al caldo sole di dopo. E poi pensava alla mamma povera, al padre morto, e a quel bisogno di guadagnare cinque lire al giorno. Ma queste non gli erano cose brutte o dolorose. A lui erano estranee. Non così i compagni, i tuffi nel fiume. Questo gli era, intimo, dolcemente dentro. Ad un certo momento il ragazzo ebbe un breve ma secco rimprovero. Il malato non capì perché. Avrebbe dato una mancia per saperlo. E due per riscattare il fanciullo dal rimprovero. Ma il fanciullo fece qualcosa per rimediare, si mosse, andò spedito, leggero, nel retrobottega, portò qualcosa al padrone e tutto fu come sempre. Il fanciullo si appoggiò al muro e gli occhi verdi non erano scuriti, la bocca piccola e lieve non era, né aperta né chiusa, increspata, le guance giravano sempre dolcemente verso il collo gracile e fiero. E che cos’erano per lui gli sguardi del povero malato? Oh li aveva certo notati dal principio, ma sarebbe stato impossibile sapere come li aveva accolti. Chi sa se quel ragazzo sarebbe stato capace di reazioni sociali. Arrossire, cioè la timidezza. Riguardare il cliente con virile ironia, cioè la difesa. Ma no. Egli non poteva essere presente. Forse solo tra i compagni sul greto del fiume avrebbe dato la sua misura. Nel suo elemento naturale, forse. Ma sarebbe stata una misura uguale e animale. Più bello questo spaesamento entro il negozio del parrucchiere. Quando il malato dovette uscire aspettò molto i cinquanta centesimi di resto che il padrone proprio non riusciva a trovare. Fu chiesto un prestito al ragazzo che, data la moneta, subito vide rimetterla nella sua stessa mano. Il passaggio lo meravigliò finalmente e, finalmente, il malato ebbe uno sguardo che lo interrogò. Uno sguardo luminoso e calmo, come di lontano, senza alcun «grazie» né umiltà, uno sguardo che finì dunque per far dolcemente naufragare ogni tentativo psicologico del povero malato. Ma quella stessa sera la febbre sparì. Egli rise delle sue apprensioni, subito così funeste. Si dette dello sciocco tanto più che aveva già pavidamente palesato quelle sue ansie. Ma ripassando il giorno dopo davanti al negozio del parrucchiere, e rivedendo quel ragazzetto come tutti gli altri, sporco ed elementare, capì che la febbre può, dopo tutto, essere utile a far della poesia. *** La morte Cercavo la tomba di mio padre. Le povere ginestre erano già avvizzite fra le mie mani. Contavo e ricontavo le tombe nelle file, provavo nel senso opposto, il fango mi era salito fino alle calze, ogni tanto pioveva e non pioveva. Se non fossi proprio riuscito a trovare la tomba, avrei messo i fiori sulla fotografia di un ragazzo morto annegato, un meraviglioso ragazzo morto a quindici anni. Ma per far questo dovevo prima tentare, fino a che ci fosse la luce, almeno tentare di trovare la tomba di mio padre. Ero molto stanco. Guardavo la campagna desolata e umida. Venivano lontane voci di lavoro, lontani rumori di lavoro sul legno umido di nuove case. Ognuno arrivava e sostava preciso alla sua tomba, io vagavo così fra tutte con quei fiori avvizziti. Mi pareva di risentire i soliti rimproveri di mio padre vivo alla mia indolenza. Guardo un ragazzo dal viso sereno e roseo, la madre consunta e china su di una tomba. M’ero fermato a caso proprio lì: era il lieve sorriso di mio padre, la sua tomba tanto cercata. Baciai quel sorriso, deposi i fiori e chiesi mentalmente a mio padre il permesso di portarne lo stesso qualcuno al povero ragazzo annegato nel fiume. Poi corsi verso l’uscita. La sera si avvicinava, la luce fuggiva portandosi via le nubi e tutta l’umidità del giorno. Appena fuori dal cimitero, il vento cominciava a piegare gli alti cipressi, le luci elettriche si accendevano, i tram correvano pieni di luce e gente. Entrai in un’osteria in cerca di caldo popolo, ma non potei avere caldo nemmeno il cibo. Quando uscii, quella vita di luci era quasi scomparsa, i fanali ondeggiavano al vento spostando ritmicamente le ombre, e lontano le masse nere dei cipressi addirittura ululavano. Avrei voluto vedere i volti dei rari passanti. Ma volto non ne avevano, nascosti entro i cappotti. E tutti entravano frettolosi sotto la medesima luce: il cinema Palazzo. Entrai anch’io e non capii nulla di quello che avveniva sullo schermo. Ero ancora nel buio. Solo. Con quelle povere immagini che non capivo. Gita al cimitero. Sole e freddo. Gelido vento che inasprisce la stanchezza. Il sole la calma. Sosta fra la folla in attesa di entrare all’ospedale. Miseria. Dolore. Non libera miseria. Occhi segnati, bucce di mandarini. Ma il giovinetto mestissimo e intatto. La bianca pelle opaca. Il ciglio bruciato dalla prima sigaretta. Ma il dolore per la mamma. Giovane mamma malata. Nel cimitero l’interramento. Nel sole la pesante bara viene calata nel buio umido. Fuggono da ogni parte i neri ragni rimossi. Stringo nel pugno le due lire di fiori. Quando esco dal cimitero ricomincio la vita. Nel pisciatoio un buco lascia vedere l’altro «cittadino». Non vorrei ma guardo la povera cosa solita. Per lui, penso, è stato importante. Un mozzicone di sigaro annega nell’orina. Mio verso ultimo di un’antica poesia. «Ricordati di me, dio dell’amore.» 
Da: Sandro Penna, Un po' di febbre, Milano Garzanti Editore, Collezione Romanzi Moderni, 1973 



Ottavio de Manzini


 Testo di una conversazione su Sandro Penna, pubblicato in: Anthos, I quaderni della Poesia , Venezia 1990 
"Al di fuori di qualsiasi critico..." scriveva Sandro Penna presentando le sue poesie nella raccolta edita da Garzanti nel settanta... Eppure noi siamo qui oggi a non rispettare la volontà del Poeta che egli confermò con lo stile schivo della sua vita e con l'originalità della sua opera. Ma chiunque, grande o piccolo, poeta o filosofo, compia l"'errore" , chiamiamolo così, di pubblicare, cioè di offrirsi in una sorta di mistico sacrificio a chiunque, non può sottrarsi alle successive liturgie critiche, più o meno frequenti secondo il gusto dei tempi, e in esse ogni volta il "pasto" si ripete, a volte compìto, a volte grottesco, quasi sempre macabro. Oggi Penna è di nuovo proposto all'attenzione del pubblico; negli ultimi mesi hanno parlato di lui in pubblico Garboli a Pistoia e Mengaldo a Treviso. Il "successo" di Penna infatti conosce vichiani ricorsi spesso coincidenti con periodi di crisi del monopolio ermetico, ideologico o avanguardistico. Dobbiamo tuttavia notare che tali ricorsi si sono fatti più frequenti dopo la sua morte, avvenuta nel 1976. Buon segno, pur se macabro anch'esso; non stupisca l'insistenza sull'ultimo aggettivo perché, in particolare per Sandro Penna, ogni operazione critica per quanto modesta, provoca sempre una sensazione di sacrilegio. Di tutti i suoi amori infatti, quello più forte, quello più vero fu per la vita, non per l'immortalità, e ciò avviene per ogni eluso od illuso amatore di fanciulli. Egli non volle certo lasciare ai posteri foscoliani monumenti o lunghissimi carmi, la sua poesia non è che il diario quasi monotematico di un amore per alcuni aspetti del reale, ripetuto in infinite varianti, in una "coazione a ripetere" che è fonte di continuo e ripetuto godimento, insopprimibile anche nel dolore. "... Ma Sandro Penna è intriso di una strana gioia di vivere anche nel dolore." Il Mariani lo definì un "vigoroso outsider" (1) , ciò non ostante, non possiamo esimerci dal ricercare i riscontri culturali, anche se l'operazione presenta difficoltà a causa dell'originalità espressiva e della molteplicità di riferimenti che la poesia di Penna suggerisce appena, subito dimentica e immediatamente confuta, in una sorta d'autoironia erudita che volutamente dissacra ogni possibile ascendenza culturale. Nel suo primitivismo culturale, biografico e intellettuale individueremo innanzitutto il confessato amore per Lautreamont e Rimbaud (2) sull'onda di un vitalismo sensuale che attraverso anche Carducci e D'Annunzio aveva aperto l'orecchio del lettore e del critico italiani all'urlo dei maestri francesi. Confessa poi di aver letto London, l’”Estetica" di Croce (ma se ne pentì), Barres, Saint-Beuve, Leopardi, Gide, Mallarmè. Non privi di influenze furono certo i contatti con Saba, ma a volte potremmo chiederci in che cosa e in quanto l'uno sia debitore all'altro; li accomuna senza dubbio la "dissociazione" dall'ermetismo imperante, che potrebbe situare Penna, con Pasolini, in una scuola romana, cui accenna il Mengaldo (3) , un generico sfondo pa scoliano-crepuscolare, con debiti verso Govoni e Palazzeschi (ibidem). Altri (4) , per certa epigrammatica essenzialità, e per la solarità estiva di alcuni quadri individua ascendenza dannunziane. Per quel che riguarda colori e tematiche, l'Anceschi (5) trova connessioni in ambito figurativo con Watteau, Matisse e De Pisis, mentre Dario Bellezza, amico del poeta, sottolinea piuttosto la consonanza con la pittura di Scipione. Rigidi e schematici riferimenti sarebbero però da evitare in un autore così nativo (naif, forse) e il Debenedetti (6) sottolinea infatti che in Penna la "concentrazione del segno" è tale da far invidia a molti ermetici, pur restando nell'ambito della poesia di comunicazione. Ed è questa forse la sua vera grecità, è questo il suo fascino segreto: il breve segno significante; al di là di riferimenti a Saffo, Alceo, o forse a Mosco, Penna è solo per questo "classico", come lo sono le ingenue divinità del suo olimpo suburbano. Non appare proprio opportuno, in considerazione di quanto si è detto all'inizio, continuare a cercare di porre il nostro poeta in un loculo, anche se soltanto storico letterario, foss'anche un loculo di prima categoria: si continuerebbe a tradire la sua volontà di vivere un'esperienza umana e poetica che deve concludersi, come tutte, senza "creare" alcunché: "Non è la costruzione il lieto dono della natura. Un fiore chiama l'altro." Il "tempo" di Penna non è storico, ma biografico; tempo è l'alternarsi dei mattini, delle notti, delle primavere e delle estati perché le uniche storie accettate sono storie d'amore. In ciò siamo lontani da Kavafis, più vicino, per quanto attiene la storia, alla Bisanzio decadente che all'Alessandria della sua vita, anche se si è voluta vedere in lui la storia come "maschera" (7) . Non v'ha dubbio tuttavia che, specie nella ritrattistica autobiografica di bei volti sorpresi per la strada, a volte i due poeti potrebbero essere confusi, e ciò specie quando Penna indulge a certi suoi scherzosi arcaismi verbali. Penna è invece assente dalla storia, giustificato e auto giustificato, come ribadì il Debenedetti (8) . Gioverà quindi dedicarsi a isolare i temi fondamentali del nostro autore, trascurando volutamente di soffermarsi troppo sull'omosessualità, "fiero pasto" di troppe pruderìes falsamente acritiche, fonte spesso di incomprensioni feroci di tanto debole maschilismo o di dolciastre adesioni, puramente tematiche ma spesso altrettanto incomprensive. Anche se il fanciullo non fosse tale, dai versi del sensuale immoralista promanerebbe comunque, quasi feroce, l'insopprimibile istintività dell'amore. Ciò non ostante, non ci si può esimere dal rilevare (anche per il rispetto dovuto a uno strutturalismo ormai in fin di vita) che il vocabolo-chiave è "ragazzo" nelle diverse accezioni, spesso in quella dispregiativa ma non priva di segreta gratitudine, di "ragazzaccio". Il ragazzo è la forma, il "corpo presente" dell'amore ed è, di volta in volta, fanciullo, operaio, garzone di fornaio, cameriere, giovanotto, "giovin signore", barbiere, ciclista, caldo animale... "Ho puntato la brama in ogni luogo. Sotto la pioggia ho perduto il mio seme. Ora si gonfia il fiume e in me fiorisce - straripa il fiume - un desiderio nuovo." L'amore è il tema dominante, è sentito come calda e animale fisicità, come sensualità non dannunziamente ricercata, ma data a priori, formale all "'essere", è il centro della vita, connessa prepotentemente al gioco dei mattini torpidi e delle sere inquiete di aneliti, dei pomeriggi in cui anche la malattia rinfresca ricordi non rimossi: "Malato nel meriggio, in un solfeggio di monete che battono il selciato. Su questo letto quali dolci fichi nel sole delle donne, indi appassiti." Questo amore, proprio in quanto greco, solare, non può essere che giovane, centro della centralità dell'essere, centro dell'uomo "centrico", ma al mondo non può non proporsi come problema: "Il problema sessuale prende tutta la vita sarà un bene o sarà un male mi domando a ogni uscita." Non credo che, dopo la lettura di questi ultimi versi debba necessariamente porsi la domanda se in Penna sussista o meno senso di colpa; a volte i suoi versi potrebbero indurci a crederlo, ma è proprio il suo totale abbandono alla vita, la constatazione dell'animale indomabilità dei sensi, che rende il problema improponibile anche per noi lettori, così come non ci si può chiedere se la vita stessa, che è sensualità, sia male o bene. Vita e sensualità, giovinezza e peccato sono una sola cosa: "Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi." e il dolore è inevitabile conseguenza della necessità di "osare", osare l'amore, a qualsiasi costo: "Amore, amore lieto disonore." Quindi la vita è anche inevitabile dolore: "Dacci la gioia di conoscer bene le nostre gioie, con le nostre pene." Qui trovano giustificazione logica le giustapposizioni apparentemente contraddittorie quali "calmo trasalivo", "... bruci tranquilla la mia vita", "... sui campi desolati lieto e triste..." E la conclusione quindi non può che essere sentenziosamente positiva, l'amore è assolto, dopo il dolore la vita riprende: "se taluno consente, com'è bella la vita.", oppure: "Il mondo, che vi pare di catene, tutto è tessuto d'armonie profonde." Si diceva del paesaggio e dei tempi dell'anno e dell'amore, la natura è qui amica come fu probabilmente nell'inconscio leopardiano, e Penna aderisce ad essa edonisticamente, coi sensi desti. là una natura fatta di fiumi deserti, di strade brillanti nella notte, di albe piovose, mattini d'ottobre, sabbia, mare, sole soprattutto. I due termini: notturno e meridiano, piovoso e solare, non si contrappongono ma si completano compenetrandosi anche nelle loro tradizionali metafore sessuali, esattamente come il piacere e il dolore, quasi a formare il simbolo cosmico yin-yang della tradizione estremo orientale. La città è spesso nemica, piovosa o buia come nella pittura di Sironi, mentre i paesaggi solari richiamano a volte Carrà o Rosai. I colori, nella panoplia dei sensi, si accompagnano agli odori: "... mi persuade alla fuga un odore triste di serva nel giorno festivo" Natura e senso sono anche i cieli delle stagioni, e particolarmente quello estivo che richiama il D'Annunzio alcyonico (9) ; è anche questa un'estate mitica, ma qui non mitologica. Per quanto si sia parlato di un Penna alessandrino, cosa che infastidì l'autore stesso (10) , egli ci appare esclusivamente "greco" anche perché nulla in lui si discosta dall'erotismo idillico che caratterizza la patria ideale della poesia. Ma l'estate è spesso al crepuscolo: "Deserto è il fiume, e tu lo sai che basta ora con le solari prodezze di ieri. Bacio nelle tue ascelle, umidi, fieri, gli odori di un'estate che si guasta." Le stagioni, il tempo, le esperienze, sono circoscritte dai punti cardinali, direzioni infinite entro le quali si muove la poesia e il movimento vitale dell'amore (cimitero dell'est, il vento occidentale); il movimento è ricerca continua e nomade di ogni possibilità di osare, di amare. Ecco perché ricorrono così frequenti i simboli del movimento, e sono il treno, la bicicletta, la stazione, la strada polverosa di un'Italia che non c'è più e che Pasolini rimpiangeva. "Un fanciullo correva dietro a un treno. La vita, mi gridava, è senza freno. Salutavo, ridendo, con la mano e calmo trasalivo, indi lontano." Il valore della chiave "movimento" consente un breve trapasso all'analisi costruttiva o, se si vuole, stilistica. Essa evidenzia una grandissima libertà di formule e soluzioni, un gioco a volte parossistico, a volte rischioso, di rime, allitterazioni, assonanze: "La tenerezza tenerezza è detta se tenerezza cose nuove détta." Ripetizioni, endecasillabi, ottonarii, versi sciolti, ora aspri e trascurati, ora quasi stucchevolmente musicali, a volte consonanti con l'esasperazione di alcuni toni che il De Michelis definì “sgradevoli" e "smancerosi" (11) . La rima è spesso ironia e gioco autocritico nei confronti della debolezza d'amore, mentre nella cura di alcune clausole si risente addirittura un Dante forse Ideale o Leopardi. Nella attenzione ad alcuni passaggi simbolici risentiamo Pindemonte, in certi ritmi addirittura il Monti. Altrove troviamo sillabe pascoliane e musicalità dannunziane, ma il tutto fuso in una "satura" stilistica talmente sconvolta e affascinante nella sua ingenuità, da far dimenticare ogni colpa letteraria o culturale. Anche la tendenza a forme gnomiche è gioco, è un ulteriore osare per cui di fatto si nega l'epigramma con l'epigramma, la sentenziosità con la sentenza, anche a causa di quei velocissimi trapassi sottolineati dal De Robertis (12) . Come potremmo, ammesso che ciò sia importante, possibile o opportuno, definire infine Sandro Penna? Una tra le voci maggiori del '900, come disse Pasolini? Un piccolo miracolo, come disse Saba? Un fiore senza gambo, come affermò Bigongiari? Un alessandrino, un poeta della Palatina, o meglio ancora della Planudea, un émulo di Saffo, di Alceo, di Anacreonte? Un personaggio di Durrell, forse? Le risposte possibili sono molte. Di certo fu un poeta nativo, libero, colto, uno zingaro dell'eros a proprio agio in un mondo senza storia. Un antico, forse più barbaro che greco, ritornato a noi senza le mediazioni e i compromessi che ogni critica impone a coloro che Montale definiva "i poeti laureati". 



LIBRI di (e su) SANDRO PENNA
 presenti in biblioteca

Stranezze (1957 – 1976), Sandro Penna, Garzanti, Milano, 1976

Tutte le poesie, Sandro Penna, Garzanti, Milano, 1979, II edizione

Peccato di gola, Sandro Penna, Libri Scheiwiller, Milano, 1989

Sandro Penna, Gualtiero De Santi, La Nuova Italia, Firenze, 1982 

Sandro Penna appunti di vita, a cura di Elio Pecora, 1990

Penna 6 volte, poesie di Sandro Penna tradotte in Francese Inglese Portoghese Spagnolo Tedesco, a cura di Luciano Bonanni, Edizioni Era Nuova, Perugia, 2006

L'epifania del desiderio, atti del Convegno nazionale di studi su Sandro Penna organizzato dalla Provincia di Perugia dal 24 al 26 settembre 1990, a cura di R. Abbondanza e Maurizio Terzetti, con prefazione di Cesare Garboli, Perugia, 1992

L'inquietudine del vivere, Sandro Penna la sua fortuna all'estero e la poesia del XX secolo, di P. Bruni e N. De Giovanni, L. Pellegrini Editore, Cosenza, 2007

Solo uno sguardo io vidi, Annotazioni sulla poesia di Sandro Penna Sandro Penna la sua fortuna nella storia della letteratura, a cura di Pierfranco Bruni, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, 2007

La strada per il mare, Saggio antologico dedicato a Sandro Penna, a cura di A. Guarnieri, presentazione di Pierfranco Bruni, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza.

                     



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