Briciole di Alda Merini 1



Nasce a Milano il 21 marzo 1931. La famiglia di Alda Merini è composta dal padre, funzionario delle Assicurazioni Generali Venezia, dalla madre casalinga,
da una sorella maggiore e un fratello minore. Non potendo frequentare il liceo Manzoni perché respinta in Italiano, compie gli studi superiori all'Istituto professionale Laura Solera Mantegazza e, contemporaneamente, si dedica allo studio del pianoforte.Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e il primo, autentico incontro con il mondo letterario avviene l'anno successivo, quando Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, sottopone alcune delle sue poesie a Angelo Romanò che, a sua volta, le fa leggere a Giacinto Spagnoletti, considerato tuttora il primo scopritore della poetessa

Proprio nel '47 la Merini inizia a frequentare la casa di Spagnoletti, dove conosce, fra gli altri, Giorgio Manganelli  che fu un vero maestro di stile per lei, oltre che suo primo grande amore Davide Turoldo, Maria Corti e Luciano Erba. Ma il '47 è anche l'anno in cui si manifestano i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro e, una volta dimessa, riceve l'aiuto degli amici più cari.  Manganelli più di ogni altro l'aiutava a raggiungere coscienza di sé, a giocarsi bene il destino della scrittura al di là delle ombre di Turro». Nel '50 Spagnoletti pubblica nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le due liriche Il gobbo e Luce.

L'anno successivo, le stesse liriche, insieme con altri due componimenti, vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi componimenti si intuiscono quelli che saranno motivi ricorrenti nella poetica della Merini: l'intreccio di temi erotici e mistici, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell'arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva. Dopo la partenza di Manganelli da Milano, nel periodo che va dal '50 al '53, la Merini frequenta Salvatore Quasimodo, al quale dedica le Due poesie per Q., edite ne Il volume del canto.Nel '53 sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie a Milano. Nello stesso anno esce la prima raccolta poetica La presenza di Orfeo, seguita nel '55 da Paura di Dio e Nozze romane.

Il '55 è anche l'anno della nascita della prima figlia; al pediatra della bambina, Pietro, è dedicata la raccolta Tu sei Pietro, edita nel '61 da Scheiwiller. Segue un silenzio durato vent'anni Nel '65 viene internata nel manicomio Paolo Pini, dal quale uscirà definitivamente solo nel '72 — a parte brevi periodi durante i quali ritorna in famiglia e nascono altre tre figlie, ma l'alternanza di periodi di lucidità e follia continua fino al '79.Nel '79 il silenzio è finalmente rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitrice del Premio Librex Montale nel '93. La Terra Santa segna l'inizio di una poetica diversa, impregnata della devastante esperienza manicomiale. Si tratta di liriche di un'intensità potente, dove la realtà lascia il posto all'idea stessa del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia. La prima proposta di stampa dell'opera fu accolta da una totale indifferenza da parte degli editori. Solo Paola Mauri accetta di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l'internamento, sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia», è il 1982.

Due anni dopo Schweiller riprende le trenta liriche e, con l'aggiunta di altre dieci, dà alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, segnando la fine dell'ostracismo dell'artista. Nell'81 muore Ettore Carniti. Rimasta sola, la Merini inizia un'amicizia a distanza con il poeta tarantino Michele Pierri. L'intesa fra i due si fa sempre più forte, malgrado i trent'anni e la distanza che li separano. Nell'83 dedica al poeta, e alla memoria del padre, la raccolta Rime petrose, le liriche Per Michele Pierri e Le satire della Ripa; nell'ottobre dello stesso anno i due si sposano e la Merini si trasferisce a Taranto. Pierri il quale era stato medico prima di dedicarsi interamente alla poesia,  si prende cura di lei e nell'85 nascono le liriche della raccolta La gazza ladra. Sempre nello stesso periodo la Merini ultima la stesura del suo primo testo in prosa L'altra verità. Diario di una diversa, nel quale la devastante esperienza dell'internamento viene descritta in una prosa dal forte accento lirico, testimonianza di un'inevitabile uniformità percettiva. Questi anni di apparente tranquillità vengono però deturpati dal riaffacciarsi del demone della follia e la Merini sperimenta nuovamente le torture dell'ospedale psichiatrico a Taranto.

Nell'86 fa ritorno a Milano e riprende a frequentare gli amici di un tempo. Ricomincia a scrivere con continuità, affiancando poesia e prosa: Delirio amoroso, scritto nell'89, e Il tormento delle figure, del '90, ne sono gli esempi. Nel '91 muore l'amico Giorgio Manganelli.Dal '92 al '96 escono Ipotenusa d'amore, La palude di Manganelli o il monarca del re e Un'anima indocile, testi misti di prosa e poesia nei quali la memoria diventa evocazione struggente e drammatica. Nel '93 viene pubblicata la raccolta Titano amori intorno, dallo stile più colloquiale rispetto alle precedenti. Nello stesso periodo esce la prosa La pazza della porta accanto e nel '94 il volume Sogno e poesia, con venti incisioni di venti artisti contemporanei. Nel '95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel '96 le viene aggiudicato il Premio Viareggio per la Poesia. Nel 1996 Alda Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall'Académie française. Del '97 è la raccolta La volpe e il sipario, la più alta dimostrazione dello stile poetico dell'artista: una poesia che nasce dall'emozione, improvvisa e violenta, mai ritoccata, riletta. Una scrittura nata di getto, sull'onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto, simbolico. Sempre del '97 un'antologia del lavoro dell'autrice, curata dall'amica Maria Corti, dal titolo Fiore di poesia 1951-1997, nella quale compaiono anche alcune liriche inedite.Nel 2002 esce per Frassinelli Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l'aspetto più umano e femminile e che, nel settembre dello stesso anno, le vale il Premio Dessì per la Poesia.

Alda Merini è stata e continua ad essere una delle voci più potenti e prolifiche della poesia contemporanea. E' impossibile riuscire a dare un ordine, catalogare il lavoro di un'artista che ha fuso vita e arte in un'unica forma inscindibile.

                     


LE OPERE

 La presenza di Orfeo, Schwarz, Milano, 1953

 Paura di Dio, Scheiwiller, Milano ,1955 

Nozze romane, Schwarz, Milano, 1955

Tu sei Pietro, Scheiwiller, Milano, 1966

Destinati a morire, Lalli, Poggibonsi, 1980

Le rime petrose, edizione privata, 1983

Le satire della Ripa, Laboratorio Arti Visive, Taranto, 1983

Le più belle poesie, edizione privata, 1983

La Terra Santa, Scheiwiller, Milano, 1984

La Terra Santa e altre poesie, Lacaita, 1984

L'altra verità. Diario di una diversa, Scheiwiller, Milano, 1986

Fogli bianchi, Biblioteca Cominiana, 1987

Testamento, a cura di Giovanni Raboni, Crocetti, 1988

Delirio amoroso" 1989

Il tormento delle figure, 1989

Delirio amoroso, il melangolo, Genova, 1990

Il tormento delle figure, Genova, Il Melangolo, 1990.

Le parole di Alda Merini, Roma, Stampa Alternativa, 1991

Vuoto d'amore, Torino, Einaudi, 1991.

Valzer, Ts. 1991

Balocchi e poesie, Ts. 1991.

Cinque poesie, Mariano Comense, Biblioteca Comunale, 1992

Ipotenusa d´amore, Milano, La Vita Felice, 1992

La palude di Manganelli, Milano, La Vita Felice, 1992

La vita felice: aforismi, Osnago, Pulcinoelefante, 1992

La vita più facile: Aforismi, Osnago, Pulcinoelefante, 1992

Aforismi, Nuove Scritture, 1992

La presenza di Orfeo, Milano, Scheiwiller, 1993

Le zolle d´acqua.(Milano), Montedit, 1993

Rime dantesche, Crema, Divulga, 1993

Se gli angeli sono inquieti. Aforismi, Firenze, 1993

Titano amori intorno, Milano, La Vita Felice, 1993

25 poesie autografe, Torino, La città del sole, 1994

Reato di vita. Autobiografia e poesia, Milano, Melusine, 1994

Il fantasma e l´amore, Milano, La Vita Felice, 1994

Ballate non pagate, Torino, Einaudi, 1995

Doppio bacio mortale, Faloppio, Lietocollelibri, 1995

La pazza della porta accanto, Milano, Bompiani, 1995

Lettera ai figli, Faloppio, Lietocollelibri, 1995

Sogno e poesia, Milano, La Vita Felice, 1995

Aforismi, Milano, Pulcinoelefante, 1996

La pazza della porta accanto, Milano, Mondadori, 1996

La Terra Santa: 
1980-987, Milano, Scheiwiller, 1996

La vita facile: sillabario, Milano, Bompiani, 1996

Refusi, Brescia, Zanetto, 1996

Un poeta rimanga sempre solo, Milano, Scheiwiller, 1996

Immagini a voce, Motorola, 1996

La vita felice: sillabario, Milano, Bompiani, 1996

Un´anima indocile, Milano, La Vita Felice,

Sogno e poesia, Milano, La Vita Felice, 1996

La vita facile: aforismi, Milano, Bompiani, 1997

L´altra verità. Diario di una diversa, Milano, Rizzoli, 1997

La volpe e il sipario, Legnago, Girardi, 1997, 

Le più belle poesie di Alda Merini, Milano, 1997

Orazioni piccole, Siracusa, Edizioni dell'ariete, 1997

Curva in fuga, Siracusa, Edizioni dell´ariete, 1997

Ringrazio sempre chi mi dà ragione. Aforismi, 1997

57 poesie, Milano, Mondadori, 1998

Favole, Orazioni, Salmi, scritti raccolti da E. Scalvini, Soncino, Editrice la Libraria, 1988

Eternamente vivo, Corbetta, L´incisione, 1998

Fiore di poesia (1951-1997) Torino, Einaudi, 1998, 

Lettere a un racconto. Prose lunghe e brevi, Milano, 1998

Aforismi e magie, Milano, Rizzoli, 1999

Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni sessanta, Milano, Scheiwiller, 1999

L´uovo di Saffo. Alda Merini e Enrico Baj, Milano, 1999

La poesia luogo del nulla, Lecce, Manni, 1999

Le ceneri di Dante: con una bugia sulle ceneri, Osnago, Pulcinoelefante, 1999

L´anima innamorata, Milano, Frassinelli, 2000

Superba è la notte, Torino, Einaudi, 2000

Due epitaffi e un testamento, Osnago, Pulcinoelefante, 2000

Vanni aveva mani lievi, Aragno, 2000

Le poesie di Alda Merini, Milano, La Vita Felice, 2000

Tre aforismi, Osnago, Pulcinoelefante, 2000

Amore, Osnago, Pulcinoelefante, 2000

Vanità amorose, Bellinzona, Edizioni Sottoscala, 2000

Colpe d´immagini, Milano, Rizzoli, 2001

Corpo d´amore: un incontro con Gesù, Milano, 2001

Folle, folle, folle d´amore per te, Milano, Salani, 2002

Maledizioni d´amore, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2002

Il paradiso, Osnago, Pulcinoelefante, 2002

Anima, Osnago, Pulcinoelefante, 2002

Ora che vedi Dio, Osnago, Pulcinoelefante, 2002

Un aforisma, Osnago, Pulcinoelefante, 2002

La vita, Osnago, Pulcinoelefante, 2002

Una poesia, Osnago, Pulcinoelefante, 2002

Magnificat: un incontro con Maria, Milano, Frassinelli, 2002

Invettive d´amore e altri versi, Torino, Einaudi, 2002

Il maglio del poeta, Lecce, Manni, 2002

La carne degli angeli, Milano, Frassinelli, 2003

Più bella della poesia è stata la mia vita, Torino, Einaudi, 2003

Delirio Amoroso, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2003

Alla tua salute, amore mio: poesie, aforismi, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2003

Poema di Pasqua, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2003

Il mascalzone veronese, (Ba), Acquaviva, 2003

Lettera a Maurizio Costanzo, Faloppio, Lietocollelibri, 2003

La clinica dell´abbandono, Torino, Einaudi, 2004

Cartes (Des), Vicolo del Pavone, 2004

Dopo tutto anche tu, San Marco dei Giustiniani, 2004

El Disaster, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2004

Lettera ai bambini, Faloppio, Lietocollelibri, 2004

La volpe e il sipario. Poesie d´amore, Milano, Rizzoli, 2004

La voce di Alda. La dismisura dell´anima. Milano, 2004

Poema della croce, Milano, Frassinelli, 2004

Uomini miei, Milano, Frassinelli, 2005

Il Tavor, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2005

Sono nata il ventuno a primavera. Lecce,  2005

La presenza di Orfeo - La Terra Santa, Milano, 2005

Nel cerchio di un pensiero, Milano, Crocetti, 2005

Io dormo sola, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2005

Figli e poesie, Acquaviva delle Fonti (Ba), Acquaviva, 2005

Le briglie d´oro. Poesie per Marina '84 -'04, Milano, Scheiwiller, 2005

La famosa altra verità, Acquaviva delle Fonti (Ba),  2006

L'altra verità diario di una diversa, Milano, Rizzoli, 2006

Lettere di Pasolini, Acquaviva delle Fonti (Ba), 2006 


LE FOTO E LE INTERVISTE




COLPE DI IMMAGINI"
Rizzoli  2007
  Foto di Giuliano Grittini 

La pistola che ho puntato alla testa di chiama Poesia. Il fotogravo rivaluta la figura. La differenza tra un fotografo e un comune artista sta nel fatto che un qualsiasi soggetto può diventare l’alter ego dello stesso soggetto dando vita a un personaggio al quale il soggetto stesso deve rimanere fedele.
E’ questa la grande fatica dell’immagine che sta esattamente alla divina sapienza come il sospiro sta all’amore.
Niente è più deleterio dell’immagine e niente è più resistente. Il fotografo consegnerà ai posteri una sua interiorizzazione, una realtà che spesso sfugge alla persona stessa.
E’ questo il mistero della fotografia che ha reso celebri molti poeti e molti artisti
Alda Merini


La sua anima di poetessa Alda Merini la mostra sempe nei versi, che compone come se le uscissero direttamente dalle viscere. Ora, incvece, fa parlare il corpo. O meglio, i suoi volti, immortalati dall'amico fotografo giuliano Grittini e riuniti nel libro Colpe d'immagini e la sua vita scorre, ritratto dopo ritratto.

Che racconta Al Merini nelle fotografie?

La mia faccia, che non è tutto, ma almeno è il minore dei mali. Ed è singolare, visto che appartiene a una sola persona: a me. froivo si mette subito in posa, si diverte.
Sono una donna dal clic facilea lei quando si piace di più?


Al mattino, quando ho ancora in bocca il sapore della realtà che sento più vera: quella del sogno. Io sogno tantissimo, e mentre dormo non facio che giocare, sono serena e beata come una bambina. Quando riapro gli occhi, e non sono ancoa sveglia del tutto, do il meglio di me. E' il momento più creativo, quello migliore per comporre mentalmente poesie, perché sono appena tornata dal Paradiso.

Grittini le ha anche scattato foto che hanno fatto molto discutere, in cui lei posa nuda.

Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. E' l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso.

A quale dei suoi tanti volti non rinuncerebbe?

Vorrei dirle quello romantico, il mio più autentico. Ma d'amore si muore, soprattutto alla mia età.


 


                                                      

  IL DOTTOR G      
  di Paolo Foschini
  Intervista a Giulio  Gabrici     

 Dell'Alda Merini di oggi sappiamo quello che ci racconta lei con le sue poesie, i suoi scritti e le sue parole dirette. Del suo passato sappiamo quello che dicono i vari biografi o che a sprazzi esce dai cassetti. Da quelli virtuali della memoria e da quelli più reali dei luoghi in cui ha vissuto, primo fra tutti il manicomio in cui rimase internata per quasi un decennio a cavallo tra gli anni '60 e '70.
L'esperienza del manicomio è stata centrale non solo nell'esistenza, ma anche per l'opera di Alda Merini la quale, dopo essere stata restituita alla sua famiglia e al suo mondo, ha avviato una riflessione sulla vita all'interno dell'istituto che ha prodotto liriche e prose di grande intensità.
Ma cosa racconterebbero di lei i medici che l'ebbero in cura? Cosa direbbe ed esempio "il dottor G", destinatario di gran parte della serie di fogli scritti da Alda Merini nel lungo periodo di internamento e usciti dopo più di trent'anni da uno di quei cassetti proprio di recente?     
Il giornalista del Corriere della sera Paolo Foschini, è andato a trovarlo il giorno dopo il suo compleanno e la testimonianza raccolta è davvero sorprendente.
"I suoi ricordi come è evidente sono un fiume" scrive Foschini. E non potrebbe essere altrimenti visto che il 9 febbraio il "dottor G", alias Enzo Gabrici, ha compiuto 100 anni, 37 dei quali trascorsi come primario dell'ospedale psichiatrico "Paolo Pini" di Milano. Praticamente ha vissuto sia l'era dei manicomi sia la loro chiusura.
Nella sua lunghissima vita Gabrici ha conosciuto migliaia di pazienti ed è stato tra i primi a esaminare le menti dei ragazzi di Medjugorje, ma se ora si sofferma sulla poetessa che seguì nel calvario del suo internamento psichiatrico è più per renderle omaggio che per soddisfare la curiosità di chi ascolta:
 «In realtà - dice Gabrici - la sua era una situazione emblematica. Era come se la sua insopprimibile vena artistica, la sua sensibilità, avesse finito per scontrarsi con una vita familiare che forse non le corrispondeva, e questo l'aveva schiacciata». Fu proprio l'arte, invece, a salvarle la vita: «Sì, non gli psicofarmaci. Averla restituita all'arte: questo la salvò».
E lei ne fu tanto consapevole da consegnare la sua gratitudine a una serie sterminata di scritti d'amore, lettere, poesie rivolte a lui: l'unico che allora l'aveva capita.
Si tratta di pagine scritte di getto, su suggerimento degli stessi medici che mettono in luce il percorso di Alda Merini nell'intervallo in cui il processo creativo si era interrotto a causa della malattia: la sofferenza angosciosa, gli incubi prodotti dalle pesanti terapie, la nostalgia delle figlie, la gratitudine per i segni d'amore ricevuti da qualche compagno di sventura e soprattutto, la fiducia nell'uomo "dolce e romantico", vestito dal camice bianco, che le ha restituito il dono salvifico della poesia. Quelle pagine, Alda Merini non le spedì mai e il dottor Gabrici ha potuto prenderne atto solo ora che il carteggio è riemerso dal suo archivio, restituendole il grazie nella prefazione scritta per il volume di Arnoldo Mosca Mondadori, Lettere al dottor G, pubblicato da Frassinelli.

 Il rapporto tra psiche e arte, peraltro, per il dottor Gabrici è stato sempre centrale non solo nel suo approccio con la malattia mentale ma con la vita umana in genere: 
«Forse qualcuno ricorda ancora - dice con un certo orgoglio - la mostra che organizzammo a Palazzo Reale nel '63 su Arte e Follia, con le opere dei pazienti del Pini...». E ci tiene a ricordare Rino Ferrari, «altro pittore salvato grazie alla sua vena creativa»: molti dei suoi quadri sono ancora lì in casa sua, di ognuno ricorda momento e circostanze di composizione.
«Spesso dimentichiamo - ripete - come l'uomo sia fatto per l'unione, per la simbiosi con i suoi simili e con l'Universo. Per interrogarsi anche su Dio. Per l'amore, in una parola».
Questo non significa negare o sminuire il ruolo della scienza. «Credo di essere stato tra i primi a verificare l'utilità del pentothal per la rimozione di certe forme di shock, - racconta Gabrici all'inviato - ricordo una donna rimasta muta dopo la perdita della figlia e un alpino impazzito al termine del seconda Guerra mondiale i cui problemi furono risolti grazie a quel siero». I suoi esperimenti divennero un film-documentario girato all'epoca con l'amico Dino Risi, Il siero della verità.
Semmai «Il problema del mondo di oggi è che gli uomini hanno finito con l'illudersi - e purtroppo ci credono - di poter avere ogni aspetto della loro vita, sempre e comunque, sotto controllo grazie alla scienza. E hanno dimenticato lo spirito, l'amore, il mistero, insomma tutto l'imponderabile che invece racchiude così tanta, tanta parte di noi... ma io no, io non l'ho dimenticato mai. Neppure oggi che ho cent'anni».

Enzo Gabrici sorride mentre parla passando da una fetta di torta ai frutti di bosco e flute di champagne, a un bicchiere di acqua e menta. «È uno dei segreti della sua salute», dice la governante che vive con lui da anni: «Del resto - aggiunge - per festeggiare il suo compleanno ha pranzato al ristorante con risotto ai funghi e un secondo di pesce».
Fonte: Arteesalute.blogosfere.it
5 Marzo 2009




ALDA E IL DOTT G
  di Antonio Gnoli 


Per Alda Merini fu il tempo della segregazione e della morte civile, quello che non lascia spazio al futuro e ti trascina in un luogo indicibile. Gli anni Sessanta e Settanta furono per la poetessa che tutti ammiriamo il tempo senza pace e della confusione mentale. Alda aveva trentaquattro anni quando entrò la prima volta in manicomio. Giunse all' Istituto Paolo Pini di Affori con una depressione acuta da postparto e il caos nella testa. Vi arrivò furiosa come una erinni. La donna che aveva incantato Giorgio Manganelli e Salvatore Quasimodo varcò la linea che separa i vivi dai morti. Quel passaggio ha lasciato delle tracce importanti e ora viene riportato alla luce grazie alla lettere e ad alcune poesie che furono scritte dalla Merini e indirizzate al dottor Enzo Gabrici, lo psichiatra che la ebbe in cura. Nelle lettere Gabrici è il dottor G, al quale la paziente Merini si rivolge a volte con lucidità, altre ancora con passione. Al centro della scena non c' è solo il poeta, ma anche l' ammalata che racconta i propri sogni, che si interroga sugli psicofarmaci, che implora attenzione al proprio dolore. Più che reclusa, Alda sembra una donna invisibile che chiede al dottor G. di restituirle un corpo e un' anima. Gabrici ha oggi novantanove anni, al libro della Merini ha accompagnato una breve e affettuosa testimonianza. A un certo punto si legge questa frase: «Nei periodi acuti Alda Merini sognava di essere un uomo, perché in questo vedeva la grandezza del potere contro la fragilità della sua femminilità».

Chiedo alla Merini se si riconosce in quella frase:  
                                                                                                                                                                              
 «Sognare di essere un uomo non è sognare di cambiare sesso, non avrei mai rinunciato alla maternità, per quanti problemi mi abbia provocato il parto. Il mio analista sosteneva che avevo identificato il fallo con la potenza. Ho sempre pensato che sognare di essere un uomo fosse per me più un fatto mentale che fisico. Le donne che nutrono questo tipo di desideri sono anche quelle che più delle altre si rendono conto della sofferenza del dolore, della esposizione alla fragilità del mondo femminile». Quando parla, la Merini sembra rievocare nella voce l' implorazione di quelle lettere, molto private e al tempo stesso attraversate da un tormento feroce.

 Perché ha sentito il bisogno di scrivere al dottore che l' aveva in cura?

«Perché con quell' uomo ho realizzato un transfert meraviglioso. Lui mi curava con il pentotal ma sapeva anche guardare nel profondo della mia anima. In principio ero molto aggressiva, sospettosa, amareggiata. Mio marito aveva voluto, o meglio preteso, che mi ricoverassi. Per questo l' ho odiato, respinto e poi perdonato. Come si perdona una persona che ha sbagliato ma che hai amato. Tutta la mia letteratura è nata dall' amore per quest' uomo che ho visto in seguito morire».

 Alda Merini: dell' amore, della morte. Sono i due poli dentro cui oscilla la sua poesia

Dice: «Il manicomio, il luogo più esterno alla vita, non era fatto solo di pastiglie ed elettroshock, ma di amore. Un sentimento che indirizzavo sulle cose più semplici, sui gesti più elementari. Se uscivo, come a volte accadeva, gli altri matti mi chiedevano di comprargli le sigarette, il vino, la cioccolata. E se mi riusciva di farlo, sentivo che il legame affettivo che la follia a volte crea tra le persone è più forte di quello che ci procura la normalità. Quanto alla morte, a lungo mi ha sfiorata, ho convissuto con la sua assenza, con il timore che si affacciasse e dovessi affrontarla. La morte è stata per me uno strano corpo a corpo, vicina e remota al tempo stesso».

In una lettera del 1970 la Merini accenna a una crisi profonda e al tentativo di suicidio con del chinino.


«Quel gesto», dice la poetessa, «nacque dallo sconforto di non sentirsi ricambiata nella passione. Ero innamorata di un giovane medico. E fu un gran tormento per entrambi. Eravamo sposati e nessuno di noi due voleva tradire la propria famiglia. Mettemmo a dura prova i nostri codici morali. Ricordo che immediatamente dopo quel tentativo di suicidio, vidi letteralmente davanti a me l' immagine della morte. Era qualcosa di terrificante. Mi bastò quella visione a darmi la forza di sopravvivere, anche se era una vita appesa al dolore».

 Cos' è il dolore per una persona con la sensibilità di un poeta?

 «La poesia è la forma di intelligenza più prossima al dolore. Ma da dove scaturisce? Se perdi un figlio il dolore è una voragine, ma alla fine anche alle voragini ci si può abituare. Mentre il dolore della malattia mentale è qualcosa che ti urla dentro e non riesce a uscire. Il dolore che ti avvolge in manicomio a volte è solo un pretesto per una condanna più grande, una calunnia del destino, o forse un castigo di Dio. Sono convinta che dal dolore possa nascere una grande passione per l' Aldilà. Si vorrebbe morire, però al tempo stesso si ha la speranza di vivere».

Alda dice di essere stata in manicomio dodici anni in tutto:


 «A me è accaduto come per quelli che vanno in galera, alla fine non volevo più uscire. Ricordo che a volte, dopo che ero stata dimessa, venivo presa da una disperazione profonda. E non appena avvertivo i primi sintomi di un decadimento mi ripresentavo davanti al portone del Pini e mi riprendevano».

 Dice «riprendevano» con un tono di singolare gratitudine.

«Del manicomio ho una sensazione ambivalente. La legge Basaglia, che è stata una legge di civiltà, alla fine si è rovesciata nel suo contrario. Vedo in giro molti matti confusi tra i barboni, gli emarginati, i disperati. Non hanno un luogo dove andare. E mi chiedo se quell' antica e terribile istituzione non offrisse a suo modo non dico una risposta ma un riparo agli effetti della follia. Mi hanno raccontato cose orrende accadute nei manicomi: dell' abbrutimento di certe anime, delle torture dei malati, della gente che vi moriva dentro. Ma perché compiacersi del male?».


 Forse è solo raccontandolo che lo si può vincere, obietto.

 «Il male non si può vincere. è una parte cospicua del nostro mondo, attraversa i nostri sguardi, brutalizza la nostra mente e a volte occupa le nostre anime. Ma io dico anche: caro Abele, guai a chi mi tocca Caino. E non si tratta dell' elogio dell' assassinio, della prevaricazione del più forte sul più debole. è che il male ci mette alla prova e insieme ci dà l' occasione di guarire».


Oggi Alda Merini guarda alla guarigione come a un accantonamento del male. Dice proprio così, «accantonamento», come di qualcosa che è stata messa da parte e che un giorno potrà tornare minacciosa e utile.

«Per me guarire è stato un modo di liberarmi del passato. Tutto è accaduto in fretta. L' ultima volta che sono stata al Pini mi è accaduta una cosa che non avevo mai provato. Una mattina mi sono svegliata e ho detto: che ci faccio io qui? Così è davvero ricominciata la mia vita. Ho ripreso a scrivere e ho perfino trovato quel successo che non avrei mai pensato di ottenere».

Sul successo Alda ride con voce roca e lenta e poi aggiunge:

 «Il successo è come l' acqua di Lourdes, un miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo? Penso che la folla, anche piccola, che ti ama ti aiuta a vivere. In fondo un poeta ha anche qualcosa di istrionico e di folle. Per questo il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte. Ma anche questo luogo oggi è distante. Mi capita a volte di rivederlo in sogno. Io sogno tantissimo. E tra i sogni ne ricorre uno: sono dentro a un luogo chiuso, e io che cerco le chiavi per uscire. Forse sono mentalmente ancora in quel luogo che mi ha ucciso e mi ha fatto rinascere. Mi sento una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di sperare».




LA DIFESA DELLA VITA
  di Lucia Bellaspiga 
  
La poetessa era stata «reclutata» a sua insaputa come firmataria di una lettera femminista
Alda Merini: «Mai firmato un manifesto pro-aborto»
«La mia vita è tutta un inno alla maternità: ho avuto quattro figli Alla politica non compete parlare di morte e di vita»
Bestemmie che lasciano sen­za parole. Così la poetessa Alda Merini, 'reclutata' in­sieme ad altre dieci 'donne autore­voli' come firmataria di una lettera pro aborto (titolo 'Il Papa oscuran­tista contro le donne e contro la scienza', in uscita nel prossimo numero di Micromega e già abbon­dantemente reclamizzata), prende radicalmente le distanze dal testo e, anzi, nega di averlo mai sotto­scritto.
«Mi ha telefonato una voce femminile e mi ha chiesto se sarei stata d’accordo con un appello a favore del­le donne e dei loro diritti fondamentali.
Ho risposto che ov­viamente i diritti vanno salvaguardati, ma non ho firmato alcunché e d’altra parte mai mi sogne­rei di annoverare l’a­borto tra i diritti. Semmai posso ar­rivare ad accettare che sia una do­lorosa necessità in casi davvero e­stremi, ma figuriamoci se Alda Me­rini, la cui biografia è tutto un inno alla maternità, chiede la pillola a­bortiva libera alla portata delle ra­gazzine. ».

Dunque nessun appello ai partiti del centro-sinistra?

Figuriamoci, se c’è una cosa che proprio non conosco è la politica!
Io non parlo di cose che non cono­sco... L’errore della politica è pro- prio questo, vuol parlare di cose che non sa e che non le competo­no, come la vita e la morte di un fi­glio.

La lettera parla di 'offensiva cleri­cale contro le donne', di una 'vera e propria crociata bigotta'...


Non è un mistero che la Chiesa in passato è stata anche più che bi­gotta nei confronti delle donne, per secoli cacciate, esorcizzate, viste come demoni. Ma questi sono gli errori degli uomini, Cristo invece è andato loro incontro, le ha amate, una delle colpe che lo ha portato alla crocifissione è di aver parlato con le donne quando an­cora era loro vietato toccare i testi sacri, di aver accolto le peccatrici dando scandalo ai farisei.

Della Maddalena ha fatto la sua discepo­la diletta, la prima che lo vide risorgere. E, per tornare ai no­stri giorni, Papa Wojtyla ha abbrac­ciato le donne, ha chiesto loro per­dono per gli errori del passato.
Quanto al diritto all’aborto? 

Io non giudico una madre dispera­ta che, di fronte all’ipotesi di met­tere al mondo un figlio gravemente deforme, non si sente in grado di accettarlo. Non giudico perché posso capire la debolezza umana.
Ma il vero diritto di una donna è quello alla maternità: il figlio è il più grande atto d’amore e il suo mistero resta intatto. L’occasione che la madre dà al suo bambino è ogni volta un miracolo, ed è una bestemmia negare tutto questo in nome di un femminismo che è l’opposto dell’essere femmina, nel senso più alto del termine.

Lei ha avuto quattro figli... 

Mi avevano detto che ero sterile, così ho fatto ogni genere di cura, a quei tempi non c’erano che tratta­menti termali e poco altro... Fatto sta che grazie a Dio sono diventata madre. Eppure quando aspettavo mia figlia Barbara stavo malissimo, ero stata in manicomio, avevo subìto l’elettrochoc, tanto che un medico mi 'consigliò' di rinuncia­re alla gravidanza: rifiutai natural­mente l’aborto (clandestino) e lot­tai con i denti per la mia creatura.
Una vera madre di fronte alle diffi­coltà non rinuncia al figlio, com­batte come una leonessa per lui.
Donne come la Dama Bianca e Mi­na per la maternità hanno sfidato il mondo, il giudizio della società, perfino il carcere, e i pregiudizi an­che da parte della Chiesa, questo è vero, ma io penso che se non fac­ciamo capo alla misericordia di Dio non abbiamo capito nulla.

La lettera chiede anche che ai bambini fin dalle elementari sia insegnata l’educazione sessuale.

Per carità, lasciamo ai bambini i lo­ro sogni, lasciamo che crescano nello stupore. Sarà la vita a sve­gliarli anche troppo in fretta.

Qual è il suo contro-appello alle firmatarie della lettera, donne fa­mose come Margherita Hack, Da­cia Maraini, Fiorella Mannoia, Li­dia Ravera?

La creazione del mondo si ripete ad ogni nascita, il bambino non si può annientare, nasce da un atto di poesia... Davide Maria Turoldo, quando prese in braccio la mia pri­ma figlia Manuela, mi disse «è la tua poesia più bella». Queste don­ne se la prendono con la Chiesa, ma io dico che certi rigori invernali sono caduti o stanno cadendo, ora è primavera, tempo di mandorli in fiore. Della Chiesa si può rifiutare l’autoritarismo, non l’autorevolez­za.

Morale? 

Queste controversie su vita o morte di un figlio mi lasciano senza paro­le. Noi un tempo ci donavamo al nostro compagno con tutta la de­dizione corpo-spirito e il bambino era una benedizione. Non so nien­te di pillola abortiva o del giorno dopo: non erano di moda... Le donne giovani che mettono in boc­ca all’anziano certe parole sbaglia­no, perché noi eravamo ben lonta­ni da questo 'utilizzo' del bambi­no. Posso soltanto dire che dopo i dolori del parto subito dimentica­vo quella crocifissione per gioire della vita nuova. Non sono in grado di dare altri giudizi e sono ben lon­tana dal fare politica o dall’essere femminista, solo vorrei che tra uo­mo e donna si stabilisse quell’inte­sa meravigliosa che si chiama a­more, in cui il figlio rappresenta la chiave della verità.
© Copyright Avvenire, 17 febbraio 2008

                                                         



GLI UCCELLINI E LE COSCE  
  di Katia Sebastiani e Helen Cordoni    

Incontriamo Alda Merini proprio nel bel mezzo del trasloco che la porterà ad abitare “in una casa più grande”, come ci dice, nella zona nordest della città, a due passi dal duomo di Milano.
Ad accoglierci un odore di cose vecchie ed il suo tono infastidito “che volete, – ci dice – con tutta questa roba non ci entriamo più”.
Appoggiandosi ad un bastone da passeggio, ci fa accomodare nel salottino e al nostro arrivo vediamo fuggire degli uccellini sorpresi a beccare briciole vicino al pianoforte.
Nella stanza ci sono libri accatastati su ogni superficie orizzontale, il pianoforte chiuso, uno scatolone pieno di vestiti a riempire l’uscita sul terrazzino. Le pareti sono piene di quadri e fotografie che raffigurano il suo viso, lei vestita solo di una collana e una pelliccia, lei con Carla Fracci, lei con le figlie, lei che riceve dei premi. Una scultura in terracotta con il suo busto dimenticata sopra un mobile. Il tavolo stracolmo di cose di ogni genere: sigarette spente, rimasugli di cibo, bottiglie di vino, insetticida, banane acerbe.
Dopo qualche piccola manovra riusciamo infine a sederci e cominciamo a parlare, mentre sulla porta compare la signora che pochi istanti prima ci aveva risposto al citofono.
“Allora io vado – sussurra – ci sentiamo stasera”, e se ne va.

In una poesia ha scritto: “Il poeta non serve la gloria di Dio/ ma solo la sua gloria/ che è un lontano riverbero/ della collera divina”. Ci può spiegare il significato di questi versi?

Il poeta si sente un po’ castigato in questa vita terrena, e vorrebbe andare in una vita più tranquilla. Le cure giornaliere lo disturbano.

 E la collera divina?

La mia idea è che Dio ha creato l’uomo in un momento di rabbia, perché l’uomo è odio, non è amore, con tutta la cattiveria che c’è in giro? L’amore è una cosa molto facile: l’uomo preferisce essere odio, gli viene meglio.

Lei però nella sua vita ha provato anche tanto amore.

Ho provato amore... Proprio ieri ho avuto qua una signora che era sposata da dodici anni: il marito se ne è andato con un’altra e non le dico le lacrime di questa donna, e mi diceva come può mutarsi un amore in odio? Interrogato, il sacerdote mi ha detto quando manca la stima nell’altro, e questo è vero: quando uno smette di stimare l’altra persona... In fondo anche Dio dice ad Abramo vai e prendi il figlioletto e uccidilo, e non si capisce che tipo di amore sia, perchè della vita terrena del figlio di Abramo non gliene importava niente...

A proposito dell’intervento di isterectomia a cui è stata sottoposta, lei ha dichiarato: “Tolto l’utero, mi sono scomparsi all’improvviso i sintomi della malattia mentale. Penso che ci sia un legame tra le due cose”. Cosa intendeva dire, esattamente?

No, della malattia mentale no. Io avevo delle grosse emorragie, quindi mi indebolivo sempre di più. In manicomio sterilizzavano le persone, affinché non facessero figli, se no scattava la legge dell’affido, poi non volevano le prove della gravidanza: un pastrocchio. A me ha fatto bene, perchè ero ammalata.

Ma secondo lei esiste un legame tra la maternità e il senso della sofferenza?

La maternità è una sofferenza, una gioia molto sofferta. Da un amante ci si può staccare, ma da un figlio non riesci.

Come trascorre le sue giornate, quotidianamente?

Ma, come mi vengono. Adesso sono condizionata da questa operazione alle anche: se mi va mi alzo, altrimenti no, comunque cerco di muovermi.

Si alza in piedi e ci mostra una lunga cicatrice lungo il fianco destro, “la ferita di guerra”, come la chiama, scoprendo così le gambe.


“Sa, signora Merini, che ha ancora delle belle cosce?”

Lei si siede e scoppia in una fragorosa risata, con il volto nascosto tra le mani.

“Perchè ride? Immagino che altri glielo abbiano detto prima di noi”.

“No, è che ripenso...un po’ di tempo fa, all’inizio della malattia, ho chiamato una signora per mettere un po’ di Lasonil per il dolore e lei a un certo punto mi dice “ma lei non ha neanche un pelo!”...mah!”

Continuiamo a ridere per un po’, fragorosamente.

E’ vero che lei ricorda a memoria tutte le sue poesie?

Più o meno sì. Io sono una ispirata, diciamo. Non scrivo a tavolino.

E qualcuno trascrive i testi per lei.

Sì, perchè ho una scrittura terribile. Tanto dopo le dovrebbero ricopiare: tanto vale che le scrivano direttamente. Poi, appunto, siccome mi vengono facili...

Quando lei “dice” una poesia, segue una musica?


Più o meno. Mi viene naturale, ma questo fa parte della cultura che uno ha dentro di sè. Quello che vale nel poeta è la cultura... poi però va a finire che questi poveri poeti si ammazzano... perchè lei può essere calunniata per la bellezza e cioè il talento, che è raro, che non è di tutti e quindi che è una marcia in più, agli altri dà fastidio. Cominciano a dire “perchè non sono bella come la Merini? perchè non sono bravo come Costanzo?”, perché, se avessero un minimo di modestia, capirebbero che se Costanzo ha un talento, magari ha una remora in qualche cos’altro. Per esempio come donna di casa io non valgo niente. La gente non capisce che il talento è uno e non è che uno è onniscente: uno è bravo a far poesia e magari poi...

Il fatto dell’invidia dimostra molta ignoranza e soprattutto quando l’uomo non accetta queste cose, quello che Dio gli ha dato... o accetto che lei è superiore a me, o gliene faccio tante come in manicomio, finchè si muore...
Lei è gelosa?

Molto. Sono un temperamento molto geloso. Mi capita raramente di arrabbiarmi, magari una volta all’anno, ma quando mi capita... perchè quando un buono diventa cattivo è cattivissimo... io sono molto paziente.  

Ci chiede di staccare dalla parete un quadretto che contiene un collage di fotografie che la ritraggono insieme alla figlia Barbara.

“Ecco – dice – questa è mia figlia, vedete? Sono molto belle le mie figlie, hanno gli occhi assassini, lei somiglia un po’ al papà... quelli sono i veri amori...”


Ma adesso lei è innamorata, a parte le figlie?

No, io ogni tanto vado in delirio... m’innamoro ancora e nel mio caso, data l’età, sono passioni sconvolgenti, anche perchè uno non può realizzarle. Il poeta è come un sacerdote, riesce a sublimare: il poeta, anche se fosse possibile, preferisce cantarlo l’amore anziché viverlo, anche perchè viverlo è un rischio, e allora si tira sempre indietro.


Un po’ codardo, allora, il poeta?

Non è codardo. Se io mi innamoro di lei e facciamo l’amore, è una cosa temporanea che poi non interessa a nessuno. Ma se io le dedico una bella pagina di poesia lei è immortalata: cosa preferisce, anche lei, fare l’amore con me o essere immortalata in un libro? Lo so che l’amore è carne, però, se io so che mangiare un piatto di pastasciutta mi fa male e poi sto male, cerco di non mangiarlo, anche se lo desidero. Portare il bisogno dell’eros su un piano più alto non è da tutti... bisogna riuscire a ribaltarlo, perchè anche i sensi... li hanno tutti; o no? Li ha anche mia nonna, cioè se lei non ha più i sensi, lei ha un elettroencefalogramma piatto e muore. Certo, una cosa per cui io mi sono tanto battutta è perchè questi anziani non lo dicono: hanno paura, una vergogna che non è vera, perchè l’eros è vita.

Resta intatto, ma dipende anche da chi lo accende, l’eros?

Ma, io ne ho quattro di figlie, questa è quella che mi sta più vicina. Naturalmente la amo di più, vedendola sempre, sentendola sempre, dopo le altre son gelose, ma è quella che veramente arriva a lavarmi i piedi, a farmi il bagno. E’ chiaro che la sua vicinanza è anche erotica, è anche di carne, è anche di pelle. Le altre figlie non lo capiscono. Se io ho un amante che è assiduo, che viene, che si preoccupa di me, io lo amo perchè è anche un fatto di riconoscenza, però in quanto a riconoscenza non lo potrei maltrattare. Se poi questo amante mi abbandona, ne soffro, perchè mi abbandona un amico, mi abbandona una persona che mi dà una mano, che mi vuole bene... che è diverso dall’amare: la passione non è il “ti voglio bene”, il voler bene è volere il bene dell’altro, quindi, anche se l’altro lo lascia, lei deve imparare... è dura, ti lasciano anche i figli per questo, e la mamma soffre... è dura quel tanto che basta per accedere alla poesia...però...la poesia non dà pane.


“Ballate non pagate”, infatti.

“Ballate non pagate” è stato un titolo che ho dato io, e l’editore ha detto “Non vorrà mica dire che noi non paghiamo”. “No”, ho detto io...Poi non mi arrivavano i soldi e sono andata in questura a denunciarlo, doveva darmi un milione allora...Mi hanno detto “ha le prove?”, “il titolo” ho risposto io “ballate non pagate”. Vede come è astuto il poeta? La questura è un’altra che vuole sempre le prove, dico “le cerchi lei le prove!”; o no?

Nelle sue poesie ci sono molti colori, per esempio in quelle de “La terra santa” predomina l’azzurro.

Perchè nei manicomi c’erano dei grandi finestroni dai quali si vedeva un grande squarcio di cielo...Mi piacciono molto i colori, perchè all’età di diciassette anni, ed è una cosa che sanno pochi, sono rimasta cieca per tre anni e quando, dopo l’intervento, mi hanno sfasciata e ho rivisto i colori, mi sono entusiasmata. Adesso vedo bene, anche senza occhiali, ma allora, dopo l’operazione, ricordo l’entusiasmo per i colori. Sarà anche perchè mi piace la pittura e frequento molti pittori.  

Lei ha mai dipinto?

Da bambina, da ragazza, poi ho lasciato.
Era un’altra la strada...
La strada del dolore, per cui devo essere grata a mio marito. Anche Giuda ha dato il via al cristianesimo. Delle volte le cose negative, se si vede la parte giusta del male... Mio marito mi ha insegnato questo paesaggio di diseredati, di incolpevoli. Ho conosciuto l’idea dell’abbandono alla provvidenza divina e al destino...io ho pagato, hanno pagato tutti, è come lo sterminio degli ebrei...
Veniamo interrotte da un rapidissimo passaggio di passerotti, che svolazzano liberamente per casa.
“Questi uccelli – dice – ma sono veramente irriverenti... entrano, mangiano, escono... ma per che cosa l’hanno presa la mia casa?”

E dopo una sua nuova battuta salace, ridiamo ancora, insieme e di gusto. Poi facciamo le nostre ultime domande, perchè Alda Merini inizia ad essere stanca e dice di aver bisogno di stendersi un po’.

Che cosa le ha dato e che cosa le ha tolto la poesia?


Mi ha tolto tempo...no, niente. L’unica cosa non bisogna pensare di far soldi con la poesia.

E il premio Nobel, le piacerebbe?

Ma, non ci tengo particolarmente, perchè dalla vita ho avuto già tutto. Bisogna davvero provare il male del manicomio per capire quello che di bello ha la vita.


La signora Merini si alza e ci precede nello stretto corridoio che porta alla sua camera.

“Venite – dice – voglio mostrarvi una cosa prima che ve ne andiate. Vedete quel coso?” e indica una maniglia che spenzola sul letto e che serve come aiuto per alzarsi.
“Gli uccellini lo usano come un’altalena. E’ buffo come si divertano con uno strumento di tortura; o no?”

Poi si siede sul letto disfatto, accende la radio sul comodino e parte una canzone di Ornella Vanoni, che ovviamente parla d’amore.

“Che bella canzone!” ci dice e il suo sguardo, fino a quel punto attentissimo, diviene vago e leggero. La sensazione che abbiamo è che non noi, ma lei, che è lì seduta, se ne sia andata improvvisamente, con dolcezza, altrove.
Lasciamo andare Alda Merini. Usciamo dallo stretto portoncino d’ingresso e scendiamo le scale, accompagnate dalla voce della Vanoni e dalle
parole d’amore.
14 aprile 2000                        




                                               
    Radio Svizzera

"Se vi penso mi giunge immediato al cuore un sonno ristoratore, un sonno quasi di morte. Ogni volta che vi partorivo, dopo mi addormentavo in pace, sicura di aver compiuto il mio destino". 


Alda Merini, cosa ha significato per Lei essere madre, aver lasciato ed essere stata lasciata dai propri figli. L'amore per loro è stato il più grande di tutti gli altri amori?

Beh, senz'altro non li avrei voluti se non avessi avuto intenzione di amarli. Solo che non so se si possa fare della letteratura intorno ad un fatto così criminoso come quello di aver separato la madre dai figli. Si potrebbe fare della letteratura un po' da scandalo, ma non credo che l'obbrobrio faccia scrivere delle belle poesie. A me è rimasto il dolore, questo taglio di questa divisione di un bene supremo che è il figlio. E' stata un po' come la strage degli innocenti la storia della mia vita.

Però ha un bel rapporto tuttora con i suoi figli

Sì, l'ho riguadagnato nel tempo attraverso mio marito, attraverso anche i miei genitori; Vanni Scheiwiller che si è fatto padrino della mia testa bambina, apposta per proteggerla da questi soprusi, Vanni ha dimostrato un grande coraggio e una grande morale.

Ma essere madre oggi, il sentimento materno come dovrebbe esprimersi secondo Lei?

Oggi il concetto di madre è andato a farsi benedire. Si tiene più conto di altri valori, oggi la donna ha voluto emanciparsi, ha voluto apparire e mantenersi eternamente giovane, soprattutto non sfiorire come madre vicino ai figli; ma essere bella e piacente va a scapito di tutto l'amore e di tutta l'umiltà che è necessaria per crescere dei bambini.

Possiamo in conclusione fare una lettura di una sua poesia?

Io reciterò quella poesia che Vanni ha voluto inserire nella "Terra Santa" che parla appunto di una violenza sessuale avuta in manicomio; ma la violenza sessuale non è stata a carico del paziente, ma di una persona che era all'esterno, ( pensi non dovrei dirlo) un religioso, non era neanche un laico.

" l mio primo trafugamento di madre avvenne in una notte d'estate, quando un pazzo mi prese, mi adagiò sopra l'erba e mi fece concepire un figlio.
Oh, mai la luna gridò così tanto contro le stelle accese, né mai gridarono tanto i miei visceri, né il Signore volse il capo all'indietro, come in quell'istante preciso, vedendo la mia verginità di madre offesa dentro un ludibrio.
Il mio primo trafugamento di donna avvenne in un angolo oscuro, sotto il calore impetuoso del sesso, ma nacque una bimba dolcissima e tutto fu perdonato.
Ma io non perdonerò mai; e quel bimbo mi fu tolto dal grembo e affidato a mani più sante. Ma fui io ad essere oltraggiata, io che salii sopra i cieli per avere partorito una….." (praticamente dovrei dire una brutta frase, ma cornuta e mazziata sarei), ad un certo punto le mani più sante sono state quelle che me l'hanno strappata, ed è abbastanza orrendo da pensare. Ne ha parlato anche Biagi recentemente, dove in una famiglia in cui c'erano violenze, per medicare le violenze finivano di strappare i figli alla famiglia, così la violenza era stracolma!. Naturalmente di questi personaggi detenuti in un manicomio, sopra questi personaggi, venivano fatti abusi e soprusi di ogni tipo.

Possiamo salutare gli ascoltatori con un saluto particolare?

Devo dire che fu proprio Giovanni Civiti a conferirmi il primo premio letterario " Gambarogno" in Svizzera, quando scrissi "Tu sei Pietro", e mi accompagnò . Allora la Svizzera fu così larga di soldi, mi diedero 2000 franchi, pensi un po', nel '65. Questo per "Tu sei Pietro", e questo fu il primo riconoscimento in denaro, ma anche la cosa che poi tutti ripresero perché "Tu sei Pietro" è un gran bel librino.
          
Michelangelo Camilliti 

02/12/07




INCONTRO CON LA POETESSA
 ALDA MERINI
di Antonio Prudenzano

Alda Merini abita in un posto speciale. No, non lo si può chiamare casa. Troppo riduttiva come definizione, o viceversa esagerata, a seconda della sensibilità di ognuno. È il suo regno, ed è da questo trono che governa le sue amate solitudini. È un caos organizzato di odori, flash dal passato, urla di dolore, improvvisi entusiasmi per l’inatteso sopraggiungere di un’intuizione poetica, sogni, amici che la vengono a trovare, rompiscatole (così li chiama lei) in cerca della sua considerazione, pseudoeditori pronti a succhiarle un aforisma a effetto o qualche verso"dettato” da pubblicare e su cui speculare e guadagnarci senza che lei lo sappia.
No, queste quattro piccole stanze non sono una casa. Sono piuttosto tutta la propria vita per una donna a suo modo straordinaria. Sono la poesia fattasi architettura. Sono un libro aperto. La culla e la tomba accogliente della più grande poetessa italiana vivente. Un non-luogo dove il tempo non esiste. Una corazza impenetrabile per i rumori notturni dei giovani che popolano i Navigli. Un bazar dove si può trovare di tutto, e dove ogni tipo di oggetto è presente in quantità sproporzionata (e senza una giustificazione razionale) rispetto alle ristrette dimensioni dell’ambiente. Una discarica di ricordi, quadri, libri, foto, scritte sulle pareti, grovigli olfattivi ormai inscindibili, cose di uso quotidiano, opere d’arte. Totale assenza di nuove tecnologie, se si esclude un vecchio televisore. Il tutto disposto nel più completo disordine, in realtà forse l’unico ordine possibile per la carismatica mamma-regina di questo castello scavato nel tempo. Quattro stanze che sono il guscio-corazza di una donna che il 21 marzo, giorno d’inizio della primavera, compie 77 anni e che, dopo aver sperimentato l’inferno del manicomio, è tornata alla vita e si è vista candidare due volte al Nobel per la letteratura.
Ma adesso un passo indietro: sono le tre di un pomeriggio milanese soleggiato. Suono al citofono. Risponde la domestica (mandata dal Comune in seguito alle polemiche del 2004 sulle difficoltà fisiche ed economiche in cui si trovava la poetessa). Sulla porta d’ingresso, al secondo piano di un vecchio edificio che si affaccia sul Naviglio, c’è una scritta, ma l’emozione non mi permette di decifrarla. È aperto. Ed è come varcare la porta verso un’altra dimensione, come in certi film o cartoni animati di fantascienza. La domestica fa le pulizie. Sarà per colpa del miscuglio di odori “stupefacenti” che mi annebbiano i sensi, ma non è facile abituarmi immediatamente all’ambiente che ho davanti. Per qualche lunghissimo istante mi sento spaesato e faccio fatica a tenere il controllo del mio corpo.
Lei è in “salotto”. Vi sembrerà impossibile, vi farà ridere, ma Alda Merini sta guardando “Uomini e donne” condotto da Maria De Filippi. Sì, il talk show più amato dalle casalinghe italiane, quello con i tronisti corteggiati dalle aspiranti veline. Attonito, le stringo la mano. Come in un quadro surrealista, come in un’immagine tipicamente postmoderna: il sacro e il profano insieme,

l’accostamento degli opposti, l’arte e la televisione, la Poesia e l’anti-Poesia che si incontrano.

Buonasera signora Merini. E lei, senza neppure lasciarmi finire:

Ma cosa volete tutti da me? Non riesco più a starmene in pace, questa casa è diventata un manicomio

Una spietata autoironia che ti spaventa, ti fa restare muto, ti far venir voglia di scappare. Ma ormai ci sono, devo resistere. Sta’ tranquillo, penso tra me, vuole solo mettermi alla prova dall’alto della fama di donna indomabile che si è costruita negli anni. Le sorrido. Mi siedo.

«Allora, per quale motivo è venuto a casa mia? Non sarà mica anche lei qui per chiedermi “perché scrivo”!?».

Vorrei dirle naturalmente di no, ma la donna di rosso vestita che ho davanti non mi dà il tempo di rispondere (per tutta l’ora che le resterò seduto di fronte continuerà a fumare una serie infinita di sigarette a cui ha precedentemente provveduto a spezzare con indifferente decisione il filtro).

«Scrivo per stare sola, non lo capisce?».

Dopo lo sfogo iniziale, Alda Merini si tranquillizza, e io con lei. Si fa seria, pronta ad aprirsi:

«Il poeta scrive per guadagnarsi la solitudine. Nella solitudine ritrova i suoi pensieri, l’amore per il prossimo e per se stesso. E soprattutto si riprende la Poesia. Per un poeta è essenziale essere solo».

Eppure questa casa è un continuo via vai. Quando trova il tempo per restare sola e per scrivere?

«Non scrivo più, sono vecchia ormai».

Subito dopo però si corregge.

«Ieri ho scritto una poesia sulla Sindone, pur non avendola mai vista dal vivo. Ho usato la fantasia. Mi sono lasciata trasportare dalle sensazioni. La poesia è una grazia ricevuta, un dono di Dio. Non dia retta a chi esalta il mito inventato del poeta maledetto. Pensi a San Francesco, di cui di recente ho scritto. Era un uomo gioioso, in pace con la vita e con Dio. Ed era un grandissimo poeta».

Quella della Merini è una fede sincera e inattaccabile

«Neanche in manicomio ho smarrito l’amore per il Signore».

E qui la poetessa comincia un intenso, irresistibile, commovente e spiazzante flusso di coscienza sui terribili anni passati in quei “lager”, come li definisce lei stessa:

«Non ci davano da bere, da mangiare, né vestiti per coprirci, e ci lasciavano al gelo e allo sbando. Eppure ogni sera noi “matti” ringraziavamo Dio con la preghiera. E non ci lamentavamo mai nonostante le privazioni e le atrocità subite».

A questo punto, la poetessa dice con assurda naturalezza una cosa che mi sconvolge:

«In realtà in manicomio ero felice».

Un sospiro, qualche attimo di silenzio, poi continua:

«Lì dentro non ho mai avuto un giorno di disperazione, semmai mi è capitato quando sono “rientrata” nel mondo».

Sentirla ricordare quel tempo della sua vita mette i brividi:

«In manicomio, però, vivevo a contatto anche con dei pazzi pericolosi. Avevo paura. Non va dimenticato che la malattia mentale è soprattutto una malattia fisica, dolorosa. Altro che il genio della follia. L’elettrochoc fu un’esperienza tremenda. Mi faceva tremare dalla testa ai piedi. Ma mi ha creato forti vuoti di memoria, facendomi dimenticare tanti di quei soprusi. Se penso però a quel gruppo di psichiatri che oggi vorrebbero reintrodurne l’utilizzo… La violenza dell’uomo sull’uomo può essere tremenda».

Alda Merini parla di quel periodo senza nascondere nulla, si potrebbe quasi dire che lo ricordi con serenità, forte della consapevolezza che non possa mai più ritornare.

«Quella poca fama che ho come poetessa non mi è stata certo regalata. Me la sono conquistata dopo tanta sofferenza. In verità, più che la celebrità mi sono conquistata la vita, che è la cosa più importante. Sì, lo ammetto, mi fa piacere che il pubblico apprezzi quello che scrivo, mi dà appagamento, ma per me la croce della gloria è pesante da portare, specialmente quando si è toccato il massimo del riconoscimento poetico. Diventa un supplizio. Cominciano a invadere la tua vita, perdi il piacere della solitudine».

Quindi non è vero che ci tiene tanto a vincere il premio Nobel, dopo che pochi anni fa ci è andata molto vicina.

«Ma per carità, sono vecchia. Non vede che non mi reggo più in piedi? Come potrei viaggiare? E poi, a che serve la gloria? Preferisco l’amata solitudine di questa casa, che non potrei mai più abbandonare».

Inutile provare a distoglierla dal ricordo dell’esperienza del manicomio, magari inducendola a parlare del premio dei premi per chiunque scriva; è lei che volontariamente ci ritorna:

«C’è chi esce dal manicomio incattivito e disperato, e chi, come me, ne viene fuori felice, grazie alla poesia e al desiderio di libertà. Ma soprattutto non vedevo l’ora di dedicarmi finalmente alle mie figlie».

Le cinque creature a cui ha dato la vita sono sempre nel suo cuore, e quando parla di loro i suoi occhi ormai anziani diventano lucidi. Alda Merini è ed è stata una mamma che ha dato tutto per le sue bambine. Purtroppo, i pregiudizi culturali e l’ignoranza hanno reso difficile la sua esperienza di madre. Ma è giusto che questa storia dolorosa resti solo sua.

Ormai non la sento più ostile. Anzi la trovo disponibile ed equilibrata. Mi vergogno dei pregiudizi con cui io stesso ero venuto a bussare alla sua porta. Non è una donna lunatica. E non è affatto un personaggio costruito, una maschera “maledetta”

«Sa perché sono entrata in manicomio? Perché la persona che amavo più di me stessa, mio marito, mi ha tradito, facendomi passare per demente. Hanno creduto a lui e non a me perché era più forte, era quello che portava i soldi a casa. Si è disfatto di me. Però a volte penso che se non avessi provato sulla mia pelle l’esperienza tremenda del tradimento, e quindi quella del “lager”, dopo non avrei scritto gran parte delle mie poesie più belle. Dopo tutto, volendo usare una metafora religiosa, se non ci fosse stato Giuda non avremmo avuto il Cristianesimo. Con gli anni ho capito che quel “mezzo” terribile (il tradimento, n.d.r.), che ha sfasciato una famiglia, e che poteva distruggere la mia anima per sempre, è stato una linfa vitale per la mia poesia. Non avrei mai potuto scrivere la mia raccolta più bella, “La terra santa”.

Ho odiato mio marito per il male che mi ha fatto. Uscita dal manicomio non ho raccontato nulla di ciò che mi era capitato né a lui né ad altri. Poi, dopo cinque anni, mi sono messa a scrivere “L’altra verità. Diario di una diversa”, che nessuno voleva pubblicare, visto che per la prima volta raccontavo gli orrori che subivamo noi matti. Avevo messo il dito nella piaga. Lui, il mio primo marito, era in fin di vita. Io, nonostante tutto, l’ho curato fino all’ultimo. Quando ha letto quelle pagine, piangendo mi ha chiesto di perdonarlo, non poteva credere che io fossi stata vittima, insieme a tanti altri, di tali soprusi».

Mi accorgo della sua stanchezza e capisco che la nostra conversazione sta per terminare. Allora le chiedo di Taranto, dove lei ha vissuto tre anni, dall’ ’83 all’86, con il secondo marito, un ufficiale.

«Al di là dei problemi che ebbi con i suoi figli, ho un ricordo bellissimo di quel periodo e di quella terra meravigliosa. La gente ci voleva bene. Io e mio marito eravamo due benefattori, aiutammo molti poveri. Ho nostalgia del Sud, di quei paesaggi».

 All’inizio ha detto che oggi scrive molto meno. È così anche per la lettura?

Cosa ne pensa dei poeti italiani contemporanei? Perché tendono a escluderla? 

«Da ragazza leggevo tantissimo, oggi faccio più fatica, la vista mi sta abbandonando. E poi perché dovrei leggere i poeti di oggi!? Forse per disimparare a scrivere? Il poeta geniale nasce una volta ogni tanto, mentre questi si credono tutti dei grandi.

Gli italiani?

Sì, la Valduga, Cucchi, Neri, tutti molto bravi, ma non li frequento, appartengono a un’altra generazione. Io ho avuto un maestro come Quasimodo. E poi sono invidiosi del mio successo».

Visto che ormai il clima si è alleggerito, cerco di provocarla. Ma lo sa che lei è la poetessa italiana con più editori? Perché detta poesie e aforismi, anche per telefono, al primo che capita? Lo sa che molti di questi, senza magari dirle niente, poi pubblicano tutto e guadagnano sulla sua pelle?

«Ma io lo faccio solo per togliermeli davanti, altrimenti non saprei come fare».

E con la sua consueta pungente ironia aggiunge, lei sì maestra di provocazioni:

«Questi strani personaggi che vengono a chiedermi le poesie si credono i miei ispiratori, e vorrebbero essere miei amanti. A proposito, lo sa che sono la poetessa con più amanti della storia? Altro che editori che speculano sul mio nome…», e ride di gusto..

 Che ne pensa dei tantissimi italiani che pagano migliaia di euro per vedere il proprio cognome sulla copertina di un libro? E di quegli editori che approfittano di tali ingenui sogni di gloria per arricchirsi?

«Quelli non sono editori, ma stampatori. Io la chiamo “la società editoriale a delinquere”. Comunque oggi tutti scrivono e vogliono pubblicare. Vanni Scheiwiller, lui sì un vero editore, che per primo mi ha pubblicato e che è stato l’unico ad avere il coraggio di dare alle stampe “Il Diario”, spesso mi diceva: “Ma perché tutta questa gente che non lo sa fare vuole scrivere!?”».

È tardi. Alda Merini è stanca ma serena. Altro che donna intrattabile. Mi accompagna alla porta, non prima di avermi fatto fare il giro della “casa”. Mi appare come una nonna dolce e comprensiva. E infatti in camera da letto mi mostra le foto dei suoi nipotini. Ormai queste stanze aulenti di fascino e poesia non mi sconvolgono più. Forse dopo solo un’ora sono già anestetizzato dal “profumo” indimenticabile che emana la sua vita? Mi chiede di tornarla a trovare. Le dico subito che lo farò senz’altro, ma in realtà non ne sono sicuro. Incontrarla è un’esperienza totale, capace di scuoterti dentro. Scendo le scale. Esco fuori. Le giornate si stanno allungando: c’è ancora il sole in cielo. Ragazzi e turisti popolano i Navigli. Qui tutti corrono. Tutti comprano. Tutti non si guardano. Non scherza affatto la Merini quando dice che oggi è nelle strade di città il vero manicomio. E come lei, improvvisamente, pure io ho nostalgia dei paesaggi della mia terra, del Sud.

Milano, 4 marzo 2008




LETTERA AI FIGLI
di Ilaria Bodero Maccabeo


Al termine del libro della poetessa Alda Merini, «Lettera ai figli»
( Lietocollelibri ed. ) appare, in forma di «chiudilettera » questo significativo pensiero dello scrittore libanese Gibran Kahlil Gibran, morto a New York il 20 aprile 1931:
« Quelli che voi chiamate figli e figlie non sono i vostri figli. Essi sono figli e figlie di una vita che ha fame di sé medesima. Voi potete possedere i loro corpi, ma non le loro anime, poiché queste dimorano nella casa del domani, che voi mai visiterete, neppure nei vostri sogni».

Un casus belli, quello della maternità. E’ con la maternità infatti che inizia la guerra. E per guerra si intende il rapporto complicatissimo fra genitore e figlio, rapporto fatto di incomprensioni intestine, di illusioni reciproche, di complessi di Edipo mai risolti, di frustrazioni non dette, di ripicche piccine, di accuse violente e, naturalmente di smisurato amore. E se essere madre è difficile, lo è a maggior ragione per Alda Merini, figura tormentata e intensissima della letteratura contemporanea, che ai figli scrive una lettera aperta appena pubblicata dalle edizioni Lietocollelibri.

Perché scrivere ai figli una lettera pubblica, forse perché rendendo pubblici il proprio amore e le proprie giustificazioni li rende più forti e più solenni?

No. Il dolore non è mai pubblico, è una cosa molto privata. Però io penso che il mio dolore sia stato un dolore procurato. Non è una lettera ai figli di una madre comune, ma la lettera di una madre cui le sono stati strappati. E’ una lettera straziante, contro la violenza del manicomio, degli assistenti sociali, dei vicini che hanno testimoniato il falso.

"Se vi penso mi giunge immediato al cuore/ un sonno ristoratore,/ un sonno quasi di morte./Ogni volta che vi partorivo,/ dopo mi addormentavo in pace, sicura/ di avere compiuto il mio destino". Ma qual è il destino di Alda Merini? Quello di poetessa o esiste un destino di donna/madre da quello distinto?

No. La donna e la madre sono la stessa cosa. Ma la poetessa ha un grande pudore dei suoi figli, il pudore della madre.

"Sono la macchia del Vostro stesso pudore,/ e quando ve ne siete andati/ sono diventata preda di voglie abominevoli,/ perché voi soli eravate la mia censura". Così lei parla nella lettera. L’eros è forse incompatibile con il ruolo femminile di madre e con quello letterario?

Il diritto di vivere i suoi amori, purché non venga a meno al suo ruolo primario che è quello di assistenza morale ai figli.

Ha scritto Oscar Wilde che i figli cominciano con l’amare i genitori, dopo un po’ li giudicano, raramente o ami li perdonano.
Come hanno reagito i suoi figli al suo internamento?

Mi hanno odiata. Perché non c’ero. Non hanno capito. Molte madri adottive hanno taciuto la mia esistenza, forse qualcuna ha anche detto che ero morta e quando sono ricomparsa si sono sentiti un po’ straniti.

Ogni madre è stata anche, a sua volta, figlia. Non tutti possono essere orfani come diceva ironicamente Ronard. Qual è stata l’esperienza di Alda Merini figlia?

Io ho sempre capito mia madre. E ho avuto una buona madre. Io e mia sorella abbiamo pianto tutta la vita per la morte di nostra madre. E anche se avesse sbagliato, noi della nostra generazione non ci saremmo mai permessi di dirne male.

I figli sono, per le persone comuni, anche un modo di sopravvivere alla propria morte, un modo per lasciare sulla terra una parte importante di sé. Crede che questo sia vero anche per l’artista e per lo scrittore che hanno già, per quello, la propria arte?

Più che mai. Però c’è una leggenda da sfatare. E’ la leggenda del figlio buono. Il figlio è un divoratore, mangia il sangue, la carne. In tante volte sono rabbrividita leggendo il Vangelo quando Cristo chiama sua madre "donna". Immagino cosa avrà provato Maria Vergine. Non l’ha mai chiamata mamma





MERINI, LA POESIA
 E IL COLORE DEGLI OCCHI
di Mirella Caveggia


Proprio il primo giorno di primavera Alda Merini ha compiuto gli anni. E sono settantuno, vibranti e libere come la sua poesia, le primavere che la nostra scrittrice ha festeggiato in questa ricorrenza. Per l'occasione il regalo ce lo ha fatto lei: due nuove raccolte di poesie. Sono intitolate La volpe e il sipario e Colpe d'immagini e presto saranno in libreria pubblicate da Rizzoli. Letti da una giovane attrice e soprattutto dall'autrice stessa, presente al Tangram Teatro di Torino dove se ne è parlato, i versi sono apparsi più belli che mai ad un pubblico investito in pieno dalle emozioni poetiche di questa donna straordinariamente intelligente.
Per cui la poesia è respiro, un cielo chiaro che sovrasta il ricordo doloroso di una vita segnata dal disagio mentale e dalle lunghe segregazioni in manicomio. Ma un bel verso ha ancora una presa? A questa signora imperiosa e tenera, beffarda e arguta, sincera come una sorgente, lo chiediamo in occasione degli auguri.

Signora Merini, lei è autrice di scritti che già nei titoli racchiudono un mondo poetico senza confini. In tempi come questi, che sembrano poco propizi alle effusioni liriche, la poesia ha ancora la capacità di farsi ascoltare?

I poeti continuano a credere, disperatamente, di poter cambiare il mondo, per lo meno di far sentire la sua voce in questa specie di torre di Babele in cui ci agitiamo, dove avvengono purtroppo dei delitti efferati. E non parlo soltanto di delitti di coltello, ma proprio di soppressione di queste voci, di queste volontà. Proprio ieri sera ho avuto in premio questo anello, “Il Longobardo d'oro”. Lo hanno assegnato anche ad Achille Compagnoni. Mi sono commossa rivedendo l'alpinista che ha scalato il K2, riflettendo cos'erano i nostri vecchi, che partivano da soli, affrontavano grandi montagne, si giocavano la vita per un'impresa, per una passione. Oggi questo non si fa più e allo stesso modo si fa fatica a leggere una poesia: il poeta lo si vuole solo vedere in televisione per verificare se è veramente bello. Qualcuno è venuto a vedere se avevo gli occhi celesti o verdi. Non hanno capito niente: la poesia non cambia con il colore degli occhi, un corpo brutto, sgraziato, come quello di leopardi può portare una bellissima poesia.

Quali sono stati e quali sono per lei i motivi di ispirazione più intensi?

Di solito parlo di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Qualsiasi cosa mi è andata bene, una volta l'amore, una volta il manicomio...Il poeta crea di notte, quando tutto tace e annaspando nell'angoscia trova qualcosa di chiaro. Il poeta non è mai solo, è sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero. Io sono un po' camaleontica, anche se non sono una patita di libri e non ho mai avuto una grande erudizione. Ho studiato molto da ragazza perché ero una secchiona, ma avendo una grande memoria e facilità nell'apprendimento trovavo sempre molto tempo per giocare, per dedicarmi ad altro, per scrivere, per disegnare – disegnavo molto bene – per dedicarmi all'arte in generale.

C'è una forma d'arte che lei sente più vicina alla poesia?

La musica certamente, superiore di gran lunga. Non che l'ami di più, ma è più vera, più semplice, più libera. Il poeta non è mai solamente un poeta, deve saper fare molte cose in questa vita piena di interessi che non ci interessano.

Lei ha una bella voce, che penetra, incide ma che si insinua anche carezzevole.

Carnosa e carnale...Ma non è vero che canto, come si è detto in televisione. Un ammiratore mi ha regalato un pianoforte l'anno scorso, così sono tornata alla tastiera. E' un miracolo, perché suonare dopo tanti anni di non esercizio al manicomio, vuol dire che una volta le cose si imparavano bene. Me le ricordo le bacchettate sulle dita che mi assestavano per correggermi quando facevo degli errori. Adesso è il professore che sbaglia, mai i bambini.

Ama i bambini?

Amo moltissimo i bambini, ma con loro ho un rapporto abbastanza severo. Il culto del bambino che si pratica oggi mi sembra sproporzionato. Un bravo genitore deve essere un sano educatore e non deve lasciarsi andare a mollezze e soprattutto deve tenere conto di una cosa: che il figlio ci viene dato provvisoriamente, che andrà per la sua strada e che bisogna prepararlo al distacco e alla vita. Non a caso il bambino qualche volta si attira le sberle: vuole anche essere punito, vuole crescere, altro che coccole. Anche le ragazze, che le reclamano dal fidanzato. Ma via, facciano le donne, quali coccole. Come la canzone di Mina: “...non hanno mai problemi e son convinte che la vita è tutta qui”. Che razza di uomini vogliono? Dei cani accucciati ai loro piedi?

Parliamo di bellezza. Il concetto di bellezza è mutato...

Oggi la bellezza è un obbligo. Le donne sono bellissime, come noi purtroppo non eravamo da giovani. Non c'erano le cure, i cosmetici, l'alimentazione selezionata...e non parliamo del manicomio. Siamo stati abbastanza maltrattati, noi della nostra generazione. Adesso le guardo, queste ragazze perfette, così dotate di grazia, agili e scattanti nei loro movimenti e ne sono affascinata. Spesso mi sono domandata come facciano gli uomini ad affrontare quest'invasione irresistibile del femminile che si prolunga in tutte le età. Le nostre nonne erano un po' rattrappite, afflitte dalla malformazione diffusa e dai dolori. E c'era rachitismo fra i bambini. Non si era curati...Ma eravamo “cuor contento” senza modelli così imperativi e non mancava quella bella felicità che prorompeva da un cuore anche sfortunato, però sempre aperto alla speranza.

Lei ha scritto: niente è più deleterio dell'immagine, niente è più resistente.

Io ho settantun anni, dormo male, alle volte mi alzo mezza abbacchiata. Ma se mi siedo davanti al televisore, mi lascio rapire. I colori, i paesaggi, la natura, i documentari, l'attualità...Ed è un modo di apprendere molto più facile. Ci sono poi degli schizzi pubblicitari che sono impagabili. Quello di quel signore che si presenta con il grembiule e un inchino sul pianerottolo alla ragazza dopo la sfuriata telefonica è simpaticissimo. L'altra sera gridavo incazzata con qualcuno al telefono. Hanno suonato, ho aperto la mia porta, che è molto leggera, si sente tutto, e ho visto una persona che conosco bene inchinarsi con un “Buonaseeera”. C'è dell'arte anche lì.

Lei ha anche scritto che l'artista è l'alito di Dio.

Speriamo solo che non sia la cattiva digestione del divino, altrimenti è una flatulenza.

Alda Merini sta attraversando un momento sereno, ma ha conosciuto stati emotivi dolorosi. Impotenza, abbandono, smarrimento...
Ce n'è per tutti. La vita non risparmia nessuno. Tre matrimoni, quattro figli, ventiquattro nemici...Ma c'è da dire una cosa: ho sofferto molto più fuori che in manicomio. Il manicomio è un'istituzione protetta e forse allora che ero più giovane avevo una tenuta più forte. Fuori ho trovato delle vere canaglie, qualcuno che mi ha ricattata e ferita anche su quell'esperienza che mi ha lasciato comunque in uno stato di turbamento. Per questo mi inquieta il delitto di Cogne, il fatto di questa donna protetta, silenziosa, che nega sempre, mi sconvolge. Io che sono stata presa, portata in manicomio in quattro e quattr'otto, senza potere dire niente, che non ho mai nutrito sentimenti di omicidio, non sono mai stata fatta segno di tanta delicatezza e mi domando perché. Siamo tutti delinquenti nella stessa maniera. Papa Giovanni quando è entrato per la prima volta a San Vittore ha detto: “fratelli, non siete peggio di me, siete stati più sfortunati. Siamo tutti colpevoli”.

Lei vede i suoi figli?

Hanno passato dei guai così tremendi. Me lo hanno riferito non solo loro, ma anche qualche assistente sociale onesta. Ci vediamo, ma anche loro hanno dei problemi nel guardarsi dentro e per capire la loro madre. I miei figli sono stati maltrattati, diseducati. Da me vengono, anche se l'incontro non è sempre armonioso. E' un dovere andare da un genitore, anche se non si sente amore. Il fatto è che chi appartiene alla mia generazione deve rassegnarsi a capire che il senso del dovere non c'è più. Questo è il prezzo più alto del manicomio. Se ci penso mi sale una rabbia sconvolgente.

L'affetto dei suoi lettori un poco la ricompenserà di un passato aspro.

Parliamo del presente. Che cosa genera in lei avversione e che cosa gioia? Come percepisce la sua vita in questo momento?

Una che mi sta molto antipatica è Alda Merini. Ma moltissimo...Ne ha sempre una, io me la immagino diversa: arguta, spiritosa. E poi più magrolina, più scattante, meno lagnosa. La gioia è un'idea sballata che degrada la gente. La vita però è bella, bella e bisogna andare avanti. Quanto al dopo, per non avere delusioni comincio a prepararmi all'idea che non c'è niente. Si accinge a bruciare un'altra sigaretta: Posso? Ci attaccano con il fumo passivo: fra Cogne e le Torri Gemelle, ci perseguitano anche con il fumo. Salviamo almeno quello. 


 – L'UNITA' – 27/03/2002
L'amour la mort da Bluvelvet2008.



Intervista ad Alda Merini
di Maria Piacente

L'appuntamento

"Va bene, venga alle due", mi dice Alda Merini al telefono. "No, non con la sua collaboratrice,
venga da sola". "Sì, il registratore lo può portare".

La incontro sotto casa sua, cinque minuti dopo aver suonato al suo campanello; ero già
preoccupata. "Forse non vuole più fare l'intervista", avevo pensato...

Un amico, con sollecitudine, l'accompagnava tenendo in mano delle borse; lei era appena un po'
provata dalla stampella che, in questo periodo, usa per camminare.

Quando si sono salutati ho preso io quelle borse, erano molto leggere; abbiamo fatto due piani a piedi, io salivo davanti a lei.

Ogni volta che, al pianerottolo di questa casa sui Navigli, giravo la testa per cercarla, incontravo il suo sorriso e le sue scuse, per il da fare che mi dava.
Alda ha un bel foulard, color corallo come un orecchino che porta all'orecchio sinistro; sulle guance, appena accese per la camminata, ha comunque un po' di fard.
Gli occhi sono bellissimi e, mentre si sistema per parlare con me, si lamenta un po': non si sente tanto bene, ha male ad una gamba.
Le dico che la trovo bene, per davvero, e mentre un po' vergognosa si ritrae, si mette le mani tra i capelli, con un colpo leggero si fa bella.
Man mano che parla e mi risponde, o non mi risponde, mi lascia e mi prende, sta in silenzio o accenna ad una canzoncina che mi dice aver cantato insieme a Lucio Dalla a? Ratatatà?, bella diventa davvero ed il suo volto diventa l'incarnazione della sua "Anima Innamorata".

Piacente: ho preparato delle domande, suggerite dalla lettura delle sue poesie che, se non ho  interpretato male, parlano ....

Merini: Dei figli?

P.: ....della vita. Io l'ho conosciuta? si ricorda? a Rho, a Villa Burba e, in quell'occasione, le chiesi il perché dell'indicibilità della verità. Può aggiungere qualcosa sull'indicibilità della poesia?

Merini: Mah, la gente farnetica! Ieri ho letto su un libro una cosa essenziale: la poesia è gioia. Piantiamola di creare un alone... Insomma: uno è innamorato, è felice e scrive, se riesce a scrivere!
C'è anche chi non riesce a scrivere e pazienza... non è così necessario. E' come se tutte dovessero essere belle come la Sofia Loren. Se non lo sono... pazienza!

P.: Leggendo le sue poesie mi sono sentita toccata dall'autenticità delle emozioni e dei vissuti che lei ha rappresentato.

Merini: ma il mio vissuto non conta.

P.: cosa le succede dopo aver espresso questi sentimenti?

Merini: Niente, né prima né dopo; queste son tutte costruzioni delle donne che han finito per rompermi le scatole.

P.: lei mi ha detto che è stata scelta dalla poesia

Merini: non confondiamo la letteratura con la confessione di S. Agostino adesso non andiamo nel teologico.

P.: E' stata scelta in un senso speciale

Merini: Sì, il vate è un prescelto

P.: Quindi, a Lei è congeniale creare poesia, Le è ....

Merini: ... costituzionale. Il poeta è fatto in un certo modo; io credo che il poeta abbia una certa figura...

P.: in che senso?

Merini: Lo si vede dallo sguardo, ha luce in una certa maniera diversa, è più sensibile, più suscettibile, più solo, più autosufficiente, più permaloso, più orgoglioso, più amoroso, sempre un più, ma non si può insegnare agli altri...

P.: certo, ma è un più che qualcuno sente di più e qualcuno di meno

Merini: ma ci son quelli ai quali non frega niente se c'è il più o il meno

P.: secondo lei, tra creare poesia e creare figli, ci sono punti in comune?

Merini: che domanda! Quante madri non hanno fatto poesie e sono ottime madri.

P.: mi riferivo all'atto del creare.

Merini: cosa c'entra! Lei ha un figlio; su miliardi di spermatozoi, solo uno fa un figlio: è un mistero della natura, come si fa a capirlo... e la poesia è la stessa cosa. Il poeta non può abbassarsi a sentire ogni singolo individuo, parla per una moltitudine! Se poi uno, il suo pensiero, va dietro al mio, è un caso: io non ho scritto per quella persona, ho scritto per me.

P.: per noi, direi.

Merini: per noi, perché Lei se ne è appropriata. Guardi, io mi sono sentita dire che siccome sono stata in manicomio, tanti che avevano delle turbe erano uguali a me. Io benedico i tempi in cui i poeti non venivano avvicinati da nessuno, perché una volta leggevano i testi e buonanotte.
L'invasione dell'habitat del poeta è sempre controproducente anche perché ogni persona porta la sua negatività e il poeta è molto suscettibile a questo.

P.: Anche la sua positività, magari.

Merini: ma non ne ha bisogno il poeta della positività, è già positivo lui, semmai è Lei che porta via qualcosa: mi faccia le domande!

Merini: io non la voglio offendere, sto spiegando che ognuno fa delle domande ma, vede, le risposte sono anche casuali: non c'è la profondità che Lei cerca. Il poeta è un povero cristo proprio come Lei, magari meno di Lei, vuole stare in pace, non vuole essere provocato da queste domande, poi dice delle fesserie che non sa neanche lui. Moravia diceva: "... scrivo perché così capisco quello
che scrivo", perché anche lui non lo sa

P.: Nel suo libro L'anima innamorata emerge con forza il suo amore per la vita, anche se sempre intriso di dolore, il sentimento di vitalità, di amore per la vita è quasi sconcertante.

Merini: Ma anche lei ama la vita, tutti amiamo la vita

P.: Qualcuno la ama più di altri ...

Merini: La persona non ama la vita quando è acciaccata, malata e deve dipendere dagli altri, ma chi non ama la vita? Lei non è un poeta, ma è la vita che è un poema. Se Lei non la sa far parlare non è colpa mia, se Lei nella vita vede solo il nero, non è colpa mia, non è colpa dell'Alda Merini!

P.: A volte questo forte senso di vitalità crea dell'invidia, l'invidia può attaccare questo sentimento di vitalità?

Merini: Lo può uccidere, è una sorta di maledizione e maledicere vuol dire: dir male, maledire; dire male porta iella, porta molto male! L'invidia per me è un peccato capitale in quanto Dio - io seguo molto il Vangelo, mi piace molto come chiave di lettura della vita? Dice, appunto, che se due bicchieri, l'uno grosso l'altro piccolo, contengono tutti e due abbastanza, sono saturi, devono essere riempiti. Se lei è più bella di me, meglio per Lei, non passerò la giornata a pensare quanto Lei valga più di me, ma piuttosto cercherò di esaurizzare quel poco che ho facendolo valere molto ai miei occhi, non ai suoi: proprio per non provocare l'invidia.

P.: Lei ha scritto: ".. sempre hanno parlato di invidia - invidia del pene, nella donna ma non hanno parlato di una cosa, letterati compresi, di ciò che una donna ha in sé, la sua favola, la favola della donna ...".

Merini: Perché la donna è una favola, è bella la donna, io le odio le donne in generale, perché quelle che ho conosciuto sono state tremende, mi hanno fatto del male, io ho avuto la disavventura i conoscere donne atroci, che hanno visto quello che io avevo dentro e lo hanno frainteso. Anche Campana... quella che o ha fatto rinchiudere è stata una carogna che approfittando delle loro liti si è
messa dalla parte dell'Aleramo, che nessuno aveva chiamato in causa. Quando è successo il mio ricovero è intervenuta un'altra che non c'entrava niente: ha disfatto il mio matrimonio, la casa, perché la supponenza delle donne …

P.: Trovo anch'io che ci sia molta invidia tra donne che sembrano amiche
Merini: ma quale amicizia, la parola amicizia non esiste …

P.: secondo Lei l'uomo ci invidia la capacità generativa …

Merini: ma no, ce l'ha data la natura

P.: ma lei non pensa che l'uomo è un po' geloso?

Merini: l'uomo è geloso dei figli, perché quando nascono i figli la donna non lo guarda più, perché l'uomo è stupido, vedi la violenza carnale, vedi la considerazione del pene come margine di sicurezza, la donna si appropria del pene involontariamente quando genera …

P.: e lo cattura.

Merini: no, non ne parliamo, sono temi freudiani ormai superati

P.: a proposito di cose freudiane, io ho letto nella sua Anima Indocile, che la poesia è gioia, è transfert

Merini: è anche dolore a volte!

P.: In Reato di vita lei parla della sua analisi con Fornari.

Merini: Io conosciuto Fornari, mi ha illuminato, era un gran bell'uomo e me ne sono innamorata. Ma non c'entrava niente, forse l'amore è una grande leva di gioia, ma alla nostra età, alla mia... ma l'amore può ancora esserci!

P.: Secondo lei l'amore, la passione, ci può fare comprendere di noi cose che non comprenderemmo?

Qui la Merini si distrae e, con un sorriso, comincia a fare apprezzamenti sulle mie calze, dice che sono davvero belle; le rispondo che mi piace cercarne di particolari e lei ribatte di non riuscire a trovarne di quel tipo. Ci scambiamo qualche informazione ed ecco che riprende, come piena di nuova lena …

Merini: donne che avevano "intelletto d'amore". Quando la donna partorisce un figlio le si apre una nuova dimensione; questa donna, in quanto donna, viene snaturata e la madre viene messa in una terza dimensione. Lei vedrà che una madre del figlio capisce tutto, sa tutto, lo sente a distanza.
Questa fatalità, questo amore tra madre e figlio, che è molto di più dell'innamoramento, è una passione. Ho finito in questi giorni il Magnificat? ... perché, vede, alla Madonna poco importava di S. Giuseppe come maschio, a lei importava di generare ...

P.: Il sacro ed il profano l'hanno sempre accompagnata nella sua vita di artista. Tra qualche mese pubblicherà il Magnificat, per l'editore Frassinelli. Quali sono, a questo proposito, gli elementi di continuità rispetto alle sue prime opere, per esempio, alla Maddalena parla a Cristo? che lei ha scritto per Quasimodo a 16 anni, oppure più recentemente, a "Corpo D'amore, un incontro con Gesù?"

Merini: Io a sedici anni avevo già un linguaggio amoroso molto, come possiamo dire, molto azzardato ed ero una ragazzina che non conosceva niente dell'amore. Però avrei voluto l'amore in quel modo, e l'ho descritto, però ero assolutamente vergine, come la Madonna, non conoscevo uomo. Però - e questo è stato il miracolo della mia bellissima poesia che ha fatto gridare al miracolo anche i critici - io ero come i bambini, spregiudicata nel linguaggio. Non sapevo niente, non avevo baciato mai neanche un uomo. Fatto sta che poi, quando ho fatto l'amore con Manganelli,
Manganelli mi ha detto: Ma tu eri vergine?! Ha fatto quello che ha fatto Lei, aveva letto le poesie alla lettera. E ha capito che Alda Merini era una sempliciotta, una donna qualunque. E' un dono, vede, è una cosa che io ho descritto così bene che gli altri ci han creduto ... Infatti scrivo la poesia come menzogna, perché è una menzogna, la poesia è anche una bugia che il poeta racconta a se stesso, raccontando delle grosse favole a sé e agli altri. E' un po' un imbroglione, vero?

P.: Penso di sì... Mi vuol parlare della sua ultima fatica, Il Magnificat? So che in quest'opera Lei evoca la Vegine Madre, indagando soprattutto il suo apetto più umano e femminile: la maternità...

Alda Merini, si mette a ridere e mi dice: "Ma, chi la manda?". Mentre le rispondo la sua risata si fa più cristallina e aggiunge: "Mi manda Picone!"'. Mi metto a ridere anch'io. Ridiamo insieme.

Intanto comincia a raccontarmi una storia, divertente ma collocata su quel labile confine dove il farsesco ed il tragico si intrecciano in modo indistricabile.

Merini: Il nostro prevosto, ha ricevuto una lettera anonima perché le campane davano fastidio.

Hanno fatto un'indagine per capire a chi davano fastidio. Forse ai bambini? Ma i bambini si alzano presto la mattina, vien fuori che c'è un matto qua, dove abito io, che quando suonano le campane picchia la moglie.

Ridiamo insieme. "Fantastico", dice lei. "Fantastico" dico io. E mentre ancora ridiamo di gusto lei prosegue ...

Merini: Allora per evitare le botte la moglie ha mandato la lettera anonima al prevosto.

P.: Davvero?!

Merini: Davvero! Quando il marito sente le campane, si ricorda quando ha sposato la moglie, prende un bastone e giù botte a tutto spiano! Tutti qui sono impauriti, e non vogliono sentire le campane! Io mi domandavo perché non suonavano più le campane; finché io, a mia volta, faccio una telefonata al prevosto e gli dico: Lei, che prete è? Non suona più neanche le campane!? E lui mi ha spiegato che c'era una ragione!

P.: E' stato sensibile il prevosto, in questa situazione!

Merini: Ma roba da matti! Da quando hanno chiuso i manicomi, hanno messo fuori tanta gente, che a questi odi patologici... l'invidia è una patologia anche grossolana.

P.: E' un sentimento....

Merini: No, non è un sentimento, è un non sentimento, perché il sentimento è sempre amore. Il sentimento è come una grande pace, una pace che prende dentro gli uomini. L'amore di Dio non fa discriminazioni . L'invidia invece è un negare quello che è evidente.
E allora si arriva all' omicidio, si arriva alla gelosia, si arriva ai furori uterini... E infatti, secondo me, gli ebrei, quando dicevano che la donna era impura, non avevano tutti i torti, ma neanche i talebani quando la coprono, perchè più è scoperta più fa delle cazzate. No? Cosa ne dice lei?

P.: Vuole provocare un po'? Però, in effetti, un'eccessiva esposizione del corpo, non è poi così seducente: magari, è meglio un po' di veli....

Merini: Tutta questa esposizione di seni e di gambe, è come se una volesse andare in braccio alle persone.. Mi ricordo un fatto, successo a S. Valentino. Una delle solite saccenti giornaliste che dice ad una anziana: "Lei, nonna, conosce l'orgasmo?". No guardi, dice la nonna, ho sempre lavato con con il bucato a mano. E' stata molto bella! Una volta le donne venivano poprio adoperate dai mariti; il marito era anche l'educatore sessuale. Io ho avuto certe patologie, le ho viste. Quando una donna rimaneva vedova, come è successo a me, magari conosceva il carpentiere o un tale, e scopriva una
nuova dimensione, andava fuori di matto perché non pensava che, oltre alla 'scopata' maritale, ci fosse il piacere della carne. Ecco quello che io dico, che si chiama peccato, ma non è un peccato, è una dimensione del piacere della carne non finalizzata alla procreazione. E' un amore carnale, una passione che può portare alla morte forse; in questo io credo che la Chiesa abbia ragione di preservare le persone da questi grossi innamoramenti per non farli cadere in basso, per non farli rovinare.

Qui la poetessa si concede una digressione tra i diversi modi di percepire l'umana fragilità e l'intreccio tra queste debolezze e la necessità di un ruolo etico della Chiesa allo scopo di contenere i danni possibili della passione incontrollata: il percorso la porta anche fino a S.Agostino, il problema della Trinità, i misteri della fede. Le ricordo come in Corpo d'amore, un incontro con
Gesù lei restituisca a Gesù la sua sostanza appunto amorosa, umana e conflittuale e il suo bellissimo "tutti gli innamorati sono in Cristo"; le chiedo cos'è, allora, la passione per Alda Merini.

Merini: E' una cosa che va al di là delle nostre possibilità, e ci distrugge spesso e volentieri. E' anche bella! Leopardi dice "fratello al tempo stesso amore e morte/ ingenerò la sorte". E' pericolosa:
siamo nella dimensione di mezzo degli amori maritali non molto turbolenti.

P.: La passione, nell'amore maritale, dopo un po' se ne va, signora Merini.

Merini: Subentra l'amore

P.: Lei disgiunge l'amore dalla passione?

Merini: Sono due cose differenti: preferisco l'amore, però.

P.: Lei scrive che la follia è il modo di dichiarare guerra a chi vuole la nostra vita.

Merini: E' una difesa la follia.

P.: Cosa può aggiungere oggi ?

Merini: la follia è una difesa: una difesa estrema che dice "de chi se passa no!". E' un tirar giù una saracinesca.

P.: Parliamo del tradimento:

Merini: Eh, lei mi fa delle domande:..

P.: Nel suo Maria. Poesie, racconti e pensieri lei dice "Sono andata in croce perché come Cristo il bacio di Giuda me l'aspettavo"

Merini: Ma lei ha messo il dito nella piaga e può immaginare cosa ho provato di fronte al tradimento. Una persona davanti al tradimento perde l'amore per sé, perde la stima. Non so perché, ed è lì il mistero, lei tiene in grande conto il giudizio dello sciagurato che l'ha tradita. Sarebbe da condannare lei che non è capace di capire che l'altro è un cretino e si soffre per un cretino; condanno più lei del cretino perché lei non aveva abbastanza stima di se stessa.

P.: Infatti il dolore è così difficile da sopportare: tutti cercano di starne lontano ed è invece indispensabile per crescere. Sempre nel suo Un'anima indocile lei dice "ho dentro il palpito del dolore" e pare di capire che non tutti sanno portarsi dietro la follia che il dolore comporta.

Merini: Ma neanche la gloria. C'è gente che fa una serata viene a casa gasata "perché, io qui io là..." e dopo per questa gente lei è un niente di niente. La gloria va dimenticata, si deve andare avanti umilmente.

P.: Lei dice come tutti i forti sentimenti debbono essere amministrati

Merini: Brava, l'amministrazione del sentire. Bisogna saper amministrare il proprio patrimonio sia genetico che sentimentale. Per esempio anche la gioia può ucciderla: ha mai visto due che si incontrano dopo tanti anni e uno muore dall'emozione. Le emozioni vanno ben tenute a bada o no?

P.: Verissimo, però a volte ci vogliamo far inondare dalle emozioni per sentirle e poi saperle amministrare e allora lì, col dolore, forse, ci forgiamo.

Merini: Signora è rischioso: non tutti lo sanno fare

P.: Però lei si è lasciata andare alla passione, all'amore ?

Merini: Si, l'ho pagato però

P.: L'ha pagato e tutti lo paghiamo, credo

Merini: Io mi sono lasciata coinvolgere dalla passione, l'ho presa in pieno e l'ho pagata, come tutti forse. E' per questo che io ho tanti ammiratori donne perché io ho pagato. Adesso non lo farei più, non avrei più neanche le forze per farlo. Un'ondata di manicomio oggi mi travolgerebbe, mi ucciderebbe in un giorno. Allora ero giovane, capisce? Sognavo la gloria, quando ero giovane.
Adesso mi dà fastidio.

P.: Adesso che c'è ....

Merini: Ma no, non mi serve più oramai. Ho notato che gli uomini sono delle banderuole: se lei è in auge allora le voglio bene, se lei cade in basso... Guardi, io sono cresciuta nell'epoca duciana e quando ho visto il duce attaccato, ho capito, ed ero una bambina, come vanno le cose nel mondo: se  lei sbaglia paga, è vero o no?

P.: Il dolore è una condizione ineluttabile?

Merini: Dio non ci ha fatto per il dolore. Ci ha fatto per la gioia, anche perchè ci ha dato delle prove: la prova non è il dolore. La prova è un saper distinguere il bene dal male, è saper scegliere: ci vuole discernimento. Io ce l'ho per l'età, lei è molto più giovane.

Un po' dolcemente, quasi per allentare la tensione, il coinvolgimento, scivoliamo in un'altra digressione sulla moda e sul modo femminile di vedere l'estetica, il gusto del bello. Ma ragionando sul bello il suo sguardo si riaccende ed subito pronta.

Merini: Ma la donna ha il culto dell'arte. Alcune sono anche sciatte, però la donna ha gusto, perché la donna è maestra, maestra nel curarsi, nel porsi come una cosa bella nel senso estetico. Sa perché in manicomio si son salvate più donne che uomini? Perché la donna è più furba: l'uomo è uno Zampanò, rispetto a noi

P.: E' vero, un uomo quando viene lasciato da una donna si lascia più andare ...

Merini: Avevo una zia che prima di partorire si inghirlandava tutta e l'ostetrica diceva "Va dove finiscono le tue gale". Però finito il parto tornava a ghirlandarsi...

Il grande innamorato della donna, sa chi è? E' il proprio figlio e viceversa. Un prete mi ha detto:
guardi una mamma che allatta il figlio, il figlio succhia il latte, ma guarda la mamma cioè beve il volto della mamma.

P.: Si dice sempre, infatti, alle mamme di guardare i figli mentre li allattano.

Merini: Loro introiettano questa immagine materna ...

P.: Un ritorno?

Merini: c'è un ritornare al passato. Guardi la mia figliola, la Barbara, è quella lì. Guardi che bella figliola che ho!

P.: E' quella che ho visto a villa Burba?

Merini: Sì, sì. Devo camminare un po': ieri non stavo bene, quello è Davide, mio nipote. Finiamo la cosa, poi vado a riposarmi un po'

Seguendo un certo percorso che ci porta dal privato al pubblico possibile, usciamo e rientriamo nell'intervista, sempre lievemente, sempre attente a contenere l'implicita violenza di ogni intervista.

P.: Ho letto delle poesie che lei ha dedicato alle sue figlie. Come è stata per lei la maternità?

Merini: E' stata una cosa molto bella, meno le due che ho avuto in manicomio, che è stata un tragedia. Come mi han trattato in gravidanza ... La gravidanza, per me, è stato un periodo di grande illuminazione, di grandi scoperte.

P.: In un suo testo lei parla dell'artista come di colui che per pre.. (e qui un bel lapsus mi porta quasi a dire: pregare anziché creare) per creare ha bisogno anche di dannarsi, di non stare in pace e quindi anche di desiderare. Cos'è per lei il desiderio?

Merini: E' un gioco per me, io desidero le cose che amo, che mi piacciono .. Lei guardi la canzone "profumi e balocchi": la madre adulta prende i profumi come balocchi e la figlia, la bambina, lo capisce che lei lo fa per piacere agli uomini. E' una richiesta d'amore, in fondo! No? E la bambina lo capisce.
Parliamo di Anghiari, del Convegno su "Narrazione e terapia". Le dico del riconoscimento che le sarà conferito. Lei , un po' si schermisce, dicendo che alla sua età non si aspetta più niente e conclude il nostro incontro con uno sfogo dove la poetessa e la donna sono, giustamente, presenti, compresenti e ampiamente risentite.

Merini: Io sono incazzata nera perche un po' di anni fa, io sono andata al San Paolo per una ernia da tre soldi, mi hanno lacerata tutta perchè è venuto un dottore cretino per dire che dovevano legarmi perchè ero matta da legare. Io avevo una bronchite dovuta ai carpentieri e alla povere, non respiravo più. Ho perso di vista la poesia per occuparmi solo dei miei mali. Un paio di boccoli e un rossetto, me li ha portati una dottoressa siciliana, e cosi sono guarita. Il mio medico della mutua non viene anche se sono Alda Merini

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