Briciole di Alda Merini 2.


POESIE RACCONTI AFORISMI





RACCONTI

Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio. Ma allora le leggi erano precise e stava di fatto che ancora nel 1965 la donna era soggetta all’uomo e che l’uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire.
Fui quindi internata a mia insaputa, e nemmeno io sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, ma quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire.
Improvvisamente, come nelle favole, tutti i parenti scomparvero.
La sera vennero abbassate le sbarre di protezione e si produsse un caos infernale. Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a calcare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti. Ma, non era forse la mia una ribellione umana? Non chiedevo io di entrare nel mondo che mi apparteneva? Perché quella ribellione fu scambiata per un atto di insubordinazione?
Un po’ per l’effetto delle medicine e un pò per il grave shock che avevo subito, rimasi in stato di coma per tre giorni e avvertivo solo qualche voce, ma la paura era scomparsa e mi sentivo rassegnata alla morte.
Dopo qualche giorno mio marito venne a prendermi, ma io non volli seguirlo. Avevo imparato a riconoscere in lui un nemico e poi ero così debole e confusa che a casa non avrei potuto far nulla. E quella dissero che era stata una mia seconda scelta, scelta che pagai con dieci anni di coercitiva punizione.

Nel centro del giardino c’era anche un’altra appendice dell’ospedale: il ricovero delle cavie, dove si facevano continue ricerche sul cervello umano.
Io mi sono addentrata in quel posto poche volte, quanto basta per provarne un orrore incredibile. Bestie lobotomizzate, castrate e, dappertutto, un senso di innaturale forza malvagia, ridotta al massimo della sua violenza. Certe bestie, sotto i veleni delle medicine, avevano perso del tutto la loro identità. E dei gatti parevano tigri feroci, dei topolini erano presi da sindromi strane che li facevano girare su se stessi senza posa alcuna né alcun senso di conservazione.
L’uomo che dirigeva questo brutto traffico era un po’ eguale alle sue bestie, pareva un lobotomizzato; unto e untuoso, cercava di arraffare qualche malata per portarla di sotto per “montarla”, come diceva lui.
A me faceva talmente ribrezzo che una volta giunsi a sputargli in faccia. La cosa non me la perdonò più, e ogni volta che passavo di lì mi guardava con aria sempre più torva.

La cosa che maggiormente mi spaventava erano i miei rapporti con i figli. Nella mia mente malata i figli dovevano necessariamente far parte del mio corpo, del mio io, e non potevo prevederne un altro che fosse al di fuori del mio centro focale. Finché i miei figli li portavo in grembo, tutto poteva rientrare nella normalità; ma una volta che li mettevo al mondo mi riallacciavo inequivocabilmente al mito di Cronos che divorava la propria progenie.
Ho chiesto al mio medico il perché di questa mia particolare mostruosità. Ma il mio medico non ha mai saputo darmi una esauriente indicazione. Tutt’al più poteva identificare i miei figli col pene, il che era tipicamente freudiano, come qualcosa di fallico, come una appendice che mi ricordava il vecchio trauma. E fin qui la cosa potevo anche accettarla. Ma non potevo certo accettare di essere io l’autrice di una infamia qualsiasi, o di una altrui infelicità. La morale era che i figli li dovevo affidare ad altri, perché mi facevano insorgere paurose allucinazioni e la cosa mi sgomentava. E ancor oggi non l’ho risolta per cui, non sentendomi amata dai miei figlioli, mi sento virtualmente sola. Potrà anche essere vero che in passato un uomo mi abbia violentata, ma mi ricordo benissimo che quand’ero bambina pregavo ogni sera il buon Dio che mi facesse dono di un bimbo. Perché? Anche queste cose sono contemplate nelle teorie freudiane. Ma si dà il fatto che la bambina voglia un bimbo, secondo Freud, perché si sente castrata.




Nel recinto degli uomini Aldo era il più lungo e allampanato, con due occhi immensi e stravolti. Era visibilmente pazzo ma con un che di infantile e aggraziato che non poteva non commuovermi. Insieme ad altri ammalati stava dietro un recinto di reti e gridava tutto il giorno a squarciagola, quasi che ce l’avesse con il cielo che l’avevano messo lì dentro. Un giorno ottenni che lo si lasciasse andare per qualche ora. Di fatto era un uomo che non faceva male a nessuno. Si limitava a gridare e a imprecare. Pieno di Serenase com’era, malgrado fosse molto giovane, Aldo non aveva alcun senso della sua mascolinità, e con le grosse mani non faceva che tagliare e strappare l’erba e portarsela alla bocca come un cavallo forsennato che avesse fame. A me chiedeva solo sigarette e mi diceva, guardandomi dritto negli occhi: “Sei dolcissima”.
Poi mi carezzava teneramente la pelle. E mi guardava se mai sorgesse in me qualche visibile emozione.
“ Ma tu sei donna?” mi chiese una volta.
“ Certamente”, risposi io.
“ Non mi sembra; guarda, io sì che sono un uomo!”.
E tirò fuori il suo pene diritto come una alabarda che subito mi impaurì.
“ Non devi fare questo, Aldo. Ricordati che ti tolgono il permesso”.
Aldo si guardò in giro e assentì con la sua grossa testa. “E’ vero”.
Comunque, continuava a guardarsi in basso, verso i calzoni.
“ Ma io ‘sono’ un uomo”, continuava a ripetere.
“ Certo” gli dicevo io, “che sei un uomo. Solo che adesso devi pensare a curarti”.
“ E i miei figli?”, proseguiva lui.
“ I tuoi figli sono in mani buone, e anche tu; perché io ti voglio bene”.
Allora mi abbracciava e rideva forte e mi faceva rotolare per terra e mi impasticciava di baci che non avevano nulla di adulto. Erano baci di un bambino teneramente commosso e felice di qualche caramella. Quando lo riaccompagnai in reparto Aldo era visibilmente fiero di starmi a fianco. “Vede” diceva al suo caposala, “questa è la mia donna”.
E mi faceva un largo inchino che pareva una genuflessione. Io annuivo ridendo: in fondo piaceva anche a me di avere un amico così sincero, e poi, forse, in fondo Aldo non era più tanto malato. Ma un giorno che mi portò delle rose bianche, mi disse tra le lacrime; “Sai, Alda, mi trasferiscono. Dicono che sono inguaribile”.
“ Non è possibile” dissi io, “tu devi stare bene per i tuoi figli!”. Ma dovetti arrendermi alla realtà. E quella volta piansi con profondo dolore per la sorte di Aldo, per la sorte di tutti coloro che non potevano sconfiggere quel terribile male.




All’ottavo mese, il dottor G., che al principio aveva cercato di farmi abortire, mi mandò a chiamare e mi disse: “E’ ora che tu vada in maternità”.
Io ritenevo che fosse presto: avevo bisogno di cure e lì non me ne avrebbero date. In più, sapevo bene che cosa aspettava negli altri ospedali per i dimessi dal Paolo Pini. Comunque, stetti al suo parere e andai al Niguarda. Mi si guardò subito con sospetto. Poi la suora, che aveva un piglio non propriamente umano o cristiano, mi disse: “Oggi passeremo per farti partorire”.
“ No!” dissi io, “non è ancora giunto il momento”.
E difatti avevo ragione. Non volevo in alcun modo uccidere la mia creatura. Ma la suora insisteva e mi guardava con un ghigno sadico. Io, che ero già sofferente nel fisico, non trovai altra scelta che fuggire di lì, per salvare il mio bimbo. Raccolsi la mia povera roba.
Ma mi presero subito e mi mandarono al neurodeliri, cella ancora più rigorosa dell’ospedale psichiatrico, dove c’erano pochi metri quadrati per muoversi e nessun dialogo, nemmeno col dottore.
Al neurodeliri rimasi ancora un mese, finché veramente non era giunto il termine del parto. E in tutto quel mese non facevo che piangere perché non c’erano donne in quel reparto, ma solo giovinette e qualche infermiere che non capiva nulla di ginecologia.
Finalmente, un giorno, persi le acque e andai angosciata a dirlo ad un infermiere.
“ Vieni”, mi disse. “E’ il momento. Ti porto di sotto”.
Per precauzione fui fatta partorire in un locale singolo, lontana dagli occhi della gente perbene, e fu, quello, un parto pilotato sommamente laborioso e doloroso, tanto più che la piccola era completamente soffocata dal cordone ombelicale.
Ma finalmente venne alla luce e io volevo prenderla tra le braccia e baciarmela e poterle dimostrare la mia gratitudine di essere ancora viva dopo tante peripezie ma me la levarono subito di torno e a me mi riportarono alla neuro. Lasciandomi là, sporca, con tutto il bisogno delle cure del caso, e per parecchi giorni della bambina non seppi più nulla, finché un giorno, col seno colmo di latte e una vera tempesta nella mente, non mi alzai come una tigre dal letto ed entrai di botto dal primario e così l’apostrofai: “O tu mi dai mia figlia o io ti ammazzo”.
Fu quella, credo, la prima volta che impazzii davvero. Ma il buon uomo capì immediatamente, e dopo avermi dato un tranquillante ordinò che la piccola mi fosse portata.
“ Sono forse una bestia io, che non posso dare il latte alla mia bambina?”, continuavo a urlare.
“ Ma no!”, mi disse il medico. “Non è questo. E’ che tu hai sempre preso pastiglie e il tuo latte può non essere idoneo per la piccola. Può farle male”.
Comunque, il latte dovettero levarmelo e quella fu la più dolorosa operazione morale che avessi mai subito dall’entrata in quel terribile luogo.
Dopo tre giorni mi dimisero col mio roseo fardello che sorrideva, quieto, ignaro di tutte le brutture della vita.
Ma qualcosa di ancora più grave mi aspettava a casa. Col tempo mio marito aveva perso ogni affetto per me e quando gli feci vedere la bimba non la guardò neppure. Io ero così stremata, che avevo tanto bisogno di lui: dovevo accudirla, la bimba piangeva in continuazione.
Un giorno mi disse: “Senti. Tu non stai bene. E, d’altra parte, mi sei venuta a noia. La bimba non so veramente di chi sia. Quindi, portala al brefotrofio”.
Mi sentii schiaffeggiata nell’anima.
Ma stavo anche tanto male. La lunga odissea passata al manicomio e poi al neurodeliri mi aveva completamente prostrata. Presi quella dolce bambina che era così gracile, che altro non mangiava che acqua e zucchero, e la portai in Viale Piceno. Poi, dopo averla raccomandata al medico, e non avendo più motivo di vivere, tornai a ripresentarmi al manicomio dove avevo deciso di trascorrere il resto dei miei giorni e, semmai, di morire. Avrei dato la mia vita per tenermi mia figlia, ma altri me l’aveva impedito.
Ma il destino volle che io guarissi. Ma intanto lei è stata adottata e non la vedo ormai da molti anni.



Avevamo un medico di guardia che pareva uscito dalle fila delle S.S.; di fatto, quest’uomo dalla grossa testa che pareva un melone, e che era di origine germanica, aveva una crudeltà senza limiti, e un senso del sadismo veramente infantile e patologico. Gironzolava tutto il giorno con la sua bicicletta mandando sguardi furtivi al di là di ogni siepe, per vedere se qualche malato era “passibile di punizione”. Era un essere esecrando che a un certo punto si innamorò dell’infermiera del nostro reparto, della più bella, della più bionda. E questa era talmente timida e spaventata da quell’omaccione che, quando lo vedeva, cercava di scappare. Ma lui aveva un fare così untuoso, proprio come il Mangiafoco di Pinocchio, che a lei non rimaneva che stare ad ascoltare, con gli occhi bassi, fissi sul carrello dei medicinali, e ascoltava delle profferte d’amore che saranno state anche oscene, o che forse volevano essere dolci, ma, dette da delle labbra così sottili e sarcastiche, non potevano che nascondere la vigliaccheria. E quest’uomo ogni giorno veniva nel nostro reparto per lei, e tutti ne eravamo sconvolti finché, grazie a Dio!, un giorno si capovolse sulla sua bicicletta e morì sul colpo. Quando si dice la giustizia di Dio…
Quest’uomo crudelissimo, quando uno di noi stava male, cominciava a propinargli medicinali, in misura, in quantità degne di un cavallo. Apparteneva ovviamente alla vecchia psichiatria dove i malati venivano legati con aggeggi di ferro ai polsi e alle caviglie. Ne ho proprio vista ieri una raccolta davvero edificante. Questi arnesi vennero poi sostituiti dalle fascette di canapa, egualmente mortificanti e costrittive. Ma anche i medicinali avevano lo stesso effetto di offendere e di abbrutire il malato. E a questa tremenda e silenziosa consegna, quest’uomo era estremamente fedele

(Brani tratti da L’altra verità – Diario di una diversa, di Alda Merini. Edizioni Libri Scheiwiller, Milano 1992.)





AFORISMI

L'alba ti rassicura e la luce... puoi finalmente sognare.


Si dice che la creazione del Paradiso fosse la favola di un ignoto amore che ha un certo punto sprigionò le ali della crosta terrestre, e così, raffreddandosi la terra, comparvero, al di là delle credenze bibliche i primo voli degli angeli.


Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.


Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.


La calunnia è un vocabolo sdentato che, quando arriva a destinazione, mette mandibole di ferro.


Tutti gli innamorati sono in Cristo.


Ringrazio sempre chi mi dà ragione.


La casa della poesia non avrà mai porte.


L'aforisma è il sogno di una vendetta sottile. L'aforisma è genio e vendetta e anche una sottile resa alla realtà biblica. Chi fa aforismi muore saturo di memorie e di sogni ma pur sempre non vincente ne davanti a Dio ne davanti a se stesso né davanti al suo puro demonio.


I colori maturano la notte.


Anche la follia merita i suoi applausi.


Amore mio ho sognato di te come si sogna della rosa e del vento.


Quando ero in manicomio, e vedevo l'erba dalla parte delle radici, ero convinta (e ancora lo sono) che il grande arazzo della volontà divina lo vedano gli angeli, mentre noi, incamminati verso l'indolenza o il sacrificio estremo, non comprendiamo nulla.


La verità è sempre quella, la cattiveria degli uomini che ti abbassa e ti costruisce un santuario di odio dietro la porta socchiusa. Ma l'amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.


La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.

Ci sono notti che non accadono mai.

Amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irrisolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici "perché" del mio respiro.


Ognuno è amico della sua patologia.


Chi regala le ore agli altri vive in eterno.


Sono una piccola ape furibonda


Chi si ostina fa scandalo


Ogni poeta vende i suoi guai migliori


La calunnia è un vocabolo sdentato che, quando arriva a destinazione, mette mandibole di ferro. 

Quando un amante ti perde significa che è un vigliacco. Quando un amante non riesce a perderti è un ladro.


L'unica radice che ho mi fa male. 


Se Dio mi assolve, lo fa sempre per insufficienza di prove.


Io mangio solo per nutrire il dolore.


Ci sono adolescenze che si innescano a novanta anni.


Non posso farmi santa perché ho sempre in mano l'arma del desiderio.


La formica è un esempio di serietà naturale.


La persona che ho sempre adorato sono io.


Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti a oltranza.


Chi si colloca al centro del mondo cade sulla propria frontiera.

Ogni anima ha un viscere improprio.


Gli anni sono come le piramidi: contengono sempre qualche morto.


Il poeta è sempre lontano dall'impossibile.

La poesia è il luogo del nulla, il luogo degli incontri, del fiume che è davanti casa mia





ALCUNE POESIE


Abbi pietà di me

Abbi pietà di me che sto lontana
che tremo del tuo futile abbandono,
tienimi come terra che pur piana
dia nella pace tutto il suo perdono
od anche come aperta meridiana
che dia suono dell'ora e dia frastuono,
abbi pietà di me miseramente
poiché ti amo tanto dolcemente.


Non ho bisogno di denaro

Non ho bisogno di denaro. 
Ho bisogno di sentimenti 
Di parole, di parole scelte sapientemente, 
di fiori, detti pensieri, 
di rose, dette presenze, 
di sogni, che abitino gli alberi, 
di canzoni che faccian danzar le statue, 
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti... 
Ho bisogno di poesia, 
questa magia che brucia le pesantezza delle parole, 
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.


Veleggio come un ombra

Veleggio come un ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l'inferno
sia illuminato da queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perchè la loro forse
non s'addormenta mai.



L'anima

Che grande scultore sei tu
che hai scolpito il tuo volto di pietra
tra le mie braccia
e ormai amore morto
mi sei diventato figlio 
ti tengo sulle ginocchia
e piango perché il ricordo di te
mi pesa come un sepolcro


A Gabriella Ferri

Sei libera finalmente
da quei dolori del sogno
che danno trafitture e croci
da tanti sordidi amori
non ricambiati o forse
rifiutati per sempre
perchè noi
con queste chiome sparse per terra
non facciamo che lavare i piedi
di coloro che non ci accolgono.
La donna artista
deve volare alto
ma non volevo che tu
avessi una brutta compagna
come la morte.


 Corpo, ludibrio grigio

Corpo, ludibrio grigio
con le tue scarlatte voglie,
fino a quando mi imprigionerai?
anima circonflessa
circonfusa e incapace
anima circoncisa
che fai distesa nel corpo? 


 Prendimi la pelle  

Prendimi la pelle di un tempo 
divino amore, 
quella scorticata e precisa 
che hanno dato le mie labbra: 
le mie labbra sono ombre funeste. 
Prendi i miei baci, amore, 
prendimi la polvere delle ali, 
perchè possa volarti sul cammino, 
io, fantasma giocoso degli specchi  

   
Occorre un amore grande


Occorre un amore grande 
per viverti accanto, amor mio, 
e cavalcare un destino 
che e' come un puledro avverso, 
come una macchina astrusa. 
E tu vorresti scendere, 
guardare pascoli azzurri 
e invece il destino bizzarro 
sbatacchia le povere ali 
e immiserisce l'amore. 
Cosi'  quando e' sera, 
io mi adagio al tuo fianco 
come vergine stanca, 
ne' so cosa tu mi puoi dare, 
ne' sai cos'io voglia dire.  




Ti aspetto e ogni giorno 
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto. 
Mi chiedono se la mia disperazione 
sia pari alla tua assenza 
no, èqualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare



I tuoi occhi

Era un respiro di fiori, il tuo,
una lenta rugiada
che poteva essere lacrima.
Così sulla Croce
della tua giovinezza,
sul legno crudo
della società moderna
tu piccola santa
che vedi l'eternità
della vita
ci hai abbandonati
ma i tuoi occhi
ci guarderanno a lungo
pieni di bontà e di perdono.



Il volo della libellula

Seduto su un salotto fiammingo
dove l'amore e' scritto 
sui merletti di un cuscino
mi mancano le tue mani
che sanno richiamare
istanti d'infinito.
Sei il bacio della vita 
che e' l'origine nascosta 
di ogni mia azione creativa.
Quando ti guardo 
e' come ammirare una libellula
che lascia la larva 
nei piedi di un ruscello .
E' come salire sulle sue ali 
trasparenti come il mare
e volare sopra i prati
che odorano di sole.
In me tutto vive intorno a te.
Dopo che ti ho incontrato
anche quelle paure 
che odoravano di cenere e di miele
si sono dissolte come nuvole
nel cielo dell'estate
dove tutti sognano
una grande spiaggia per correre felici 
ad inseguire due timide labbra.


Il bacio

Che fiore mi nasce sulla bocca
appena mi guardi
e temi d'essere spezzato.
Allagamenti improvvisi
sono i tuoi occhi ardenti
ma il fiore non vuole morire
rimane lì senza carne
ad aspettare la morte.


Bambino

Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.


Abbi pietà di me

Abbi pietà di me che sto lontana
che tremo del tuo futile abbandono,
tienimi come terra che pur piana 
dia nella pace tutto il suo perdono
od anche come aperta meridiana
che dia suono dell'ora e dia frastuono,
abbi pietà di me miseramente
poichè ti amo tanto dolcemente. 



Fosse mai scesa una carezza
che attraversasse i secoli
come una lama aperta.
Oh strazio della mia mente 
che ha amato un ragazzo libero
che non conosce patria.
Ti avrei rinchiuso in un manicomio 
se le lacrime verdi del tuo sguardo
non mi avessero regalato canzoni.

      

ARTICOLI DI GIORNALE SU ALDA


 La Donna che "Amo" è Alda Merini.
 Firmato Raffaella Del Giudice




Cinquew.it ha chiesto alle donne italiane un contributo scritto su una figura femminile apprezzata per le sue gesta, il suo coraggio, la sua cultura. Anche non più tra noi. Di seguito l'intervento di Raffaella Del Giudice

"Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio malgrado le tue sante guerre per l'emancipazione. Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d'amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere, poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la terra”. Alda Merini 

Dicono di lei, che sostava per ore in un solito bar sui Navigli. Le piaceva osservare ciò che le accadeva intorno, ammirare la vita che le passava accanto. Amava vivere, amava la sua esistenza e accettava, ringraziando, l'infelicità momentanea in quanto anch'essa fonte di ispirazione e colore della vita. Consapevole della bellezza che ogni essere umano e vivente cela dentro, lasciava ribollire nei suoi versi l'influenza che questa aveva su di lei. Non le importava l'aspetto esteriore, a volte si dimenticava le fisionomie, quello che lei si apprestava a memorizzare era il contenuto di ogni singola persona. 

Ciò che l'anima diceva, lei lo raccontava, lo ascoltava, lo metabolizzava. Era una donna generosa. Il suo di più lo regalava agli altri così come donava al mondo intero i suoi versi senza rincorrere premi e riconoscimenti. Per questo era odiata dagli uomini che scrivevano solo per la gloria e mai per l'anima. Una cosa aveva, che la consolava, malgrado le lingue taglienti e i malanni che periodicamente affrontava preoccupandosi per la sua autosufficienza: i suoi cinque figli. 

Questa donna, universo singolare e magico, era fonte d'ispirazione e artefice della sua arte. Ma non bisogna allontanarsi molto per comprendere cosa abbia di così speciale una donna. Basta posare lo sguardo su una madre. La mia, la vostra. Ogni donna cela dentro di sé il segreto della vita, situato in quel senso materno atavico, ed è ammirevole il modo in cui sin da piccola forgia ludicamente quel coraggio che diverrà parte imprescindibile della sua essenza. 

Volgendo lo sguardo altrove incrocereste di sicuro il ricordo degli occhi di un'altra donna, anch'essa speciale, che nella sua vita è costretta a coprirsi completamente. Eppure quello sguardo la mette a nudo, svelando quel coraggio che negli anni ha dovuto trovare affinchè riuscisse a non venir meno alle leggi della sua società. 

Viaggiando ancora potreste ricordare il volto catturato in una fotografia, una donna appartenente ad una cultura lontana, che ha dovuto farsi coraggio nel momento in cui si è vista costretta a cedere i proprio figli per una stupida guerra tra fratelli. I suoi bimbi diventano soldati senza che lei abbia potuto dire e far niente. 

Non è nemmeno tanto lontano il ricordo di una donna che dedicò la propria vita a Dio e all'Amore. Una vera maestra di pace, compassione e umanità. 

Ognuna di queste donne immaginate, pensate, viste, ammirate, esistenti e non più, hanno in comune una sola cosa: la capacità di ascoltare, comprendere e amare. 

La donna combatte affinché le qualità di cui è portatrice escano alla luce. Chi lo fa in politica, chi tramite i propri versi poetici, chi invece si affanna a lasciarle emergere nel nome della verità, pagando con la propria vita il prezzo di quest'ultima. 

Siamo state amate e odiate, adorate e rinnegate, baciate e uccise, solo perché donne. 

Nonostante coviamo in grembo il futuro, nonostante partoriamo grandi promesse e stringiamo al seno nuove speranze, veniamo considerare ancora come la parte debole dell'umanità e per questo “meritevoli” di punizioni e abusi che il più delle volte ci costano la vita. E adesso mi chiedo: non è forse debolezza la stessa mancanza di rispetto? Non è forse debole colui che cede alla gelosia e alla follia dell'istante? La passione brucia l'uomo, ma è necessario porre dei limiti affinché non venga intaccato tutto ciò che è donna.

Ammiro colei che si batte per questo; ammiro colei che soffre per questo, ammiro colei che tace per questo; ammiro colei che si ribella al mostro; ammiro colei che è capace di amare a prescindere da tutto; ammiro colei che rende ogni giorno speciale con la sua semplicità; ammiro colei che sceglie la parola al silenzio, la pace alla violenza, la comprensione all'ostilità, l'amore all'odio. Ogni scelta comporta un peso, e ogni donna sa a cosa va in incontro scegliendo una cosa per un'altra, ma qualsiasi sia il risultato lei troverà sempre la capacità di rialzarsi e continuare a camminare. Gli uomini tendono a fermarsi, le donne invece seguono l'andamento della vita. Vanno avanti.

Da queste premesse curate, pongo le basi per quella che sarà la mia prossima opera. Come donna-artista, tenterò di dare voce alle mille storie piacevoli o spiacevoli che un semplice sguardo e un breve ricordo, possono raccontare e ne “usciranno farfalle libere”. (cit. Alda Merini) 




Il mio presepe privato
di Alda Merini


aldACOLLANA

E' Natale e sui Navigli, come in centro a Milano, non si riesce più a entrare nei negozi: i magri o i lauti stipendi consentono a tutti una ressa ingenerosa alla ricerca di una felicità che non c’è, o che almeno non si compra.

Io quest’anno ho spento le candele: tutti mi hanno invitato, ma quella notte non farò nulla di diverso, nulla che io non faccia sempre, proprio come quando ero bambina; al limite si cambiava stanza, si andava dalla camera al tinello per vedere se era arrivato Gesù, e per mangiare il panettone, che allora si chiamava “el pan de Toni”…

Ma oggi Milano si affanna a cambiare faccia, ad abbattere le nostre vecchie dimore per apparire moderna, così i rifacimenti delle case hanno abbattuto anche noi, gli anziani.

C’è una bella poesia dialettale che dice “fai piano, ogni volta che dai un colpo al muro lo dai al mio cuore…”.

Casa: quanto la ami a Natale! Ricordo quando, sempre bambina, persi la mia, abbattuta anche quella: allora c’erano le bombe, ci rifugiammo chi nelle risaie e chi nei paesi limitrofi, dove tutti eravamo un po’ degli stranieri. Nei granai la sera recitavamo il rosario su dei pagliericci di fortuna, poi di giorno si andava nelle cascine in cerca di pane, in breve… si mendicava dai contadini abbienti. Oggi, invece, che abbiamo una casa non abbiamo più quella cortesia e quell’amore dei contadini. Io dormivo con una vecchia che ogni notte pregava la morte che la venisse a prendere, e avevo paura. Ma come bambina ho dovuto accontentarmi.

Adesso che sono un’anziana poetessa… continuo ad accontentarmi. Ma ripenso con nostalgia a quei Natali solenni, quando la mamma faceva enormi presepi, metteva le figurine dei pastori e i laghetti di specchio. Ci facevano trovare il carbone, alle volte, ma eravamo contenti lo stesso: poi, dietro il carbone, c’erano sempre tre caramelle. Però era arrivato Gesù, era questo che importava, vedere che sulla paglia del presepe qualcuno aveva deposto il bambino. E si pregava, si pregava insieme davanti a quella statuina, ignorando che il piede lieve della mamma era andato lì di notte per deporlo… Allora ignoravamo tutto della vita, anche il mistero della nascita, un evento che per noi cadeva dal cielo. La Madonna non appariva sorpresa, neanche San Giuseppe, e noi piccoli eravamo in un regno di favola bello che abbiamo perduto. Ci dimenticavamo dei doni e stavamo piuttosto a guardare quel bambino appena nato domandandoci se aveva freddo, ma la mamma ci diceva che aveva l’amore della Madre… Ecco, forse anche in tarda età chi mi scalda ancora nelle notti di solitudine è l’amore della mamma, che io amavo tanto e che credevo che, come Maria, non sarebbe mai morta.

Sì, si può morire d’amore per un uomo, ma quello che mi fece impazzire, forse, fu quella porta chiusa di mia madre dolcissima, che io credevo eterna, come tutti i figli.

E mi sono resa conto, a un tratto, che non avevo mai ascoltato i suoi lamenti tanto ero giovane. Ma quanto si paga la giovinezza! Anch’io, come le mie figlie, quando andavo a casa sua le portavo via gli oggetti più preziosi perché… nella mia casa sarebbero stati bene, e una madre si fa sempre derubare. A lungo andare morì, senza chiedere mai niente, ma era così felice della nostra gioia che forse non morì veramente mai. L’abbiamo derubata, ma soprattutto – e sembra un eufemismo – avremmo voluto (che Dio mi perdoni) portarle via quegli occhi, così verdi, così dolci, così innamorati di noi.

Sono passati decenni da quei Natali e ancora cerco l’odore dei mandarini o del bollito, che si mangiava solo quel giorno. Erano i nostri doni. 


Oggi invece si tende a saltare il Natale, si va direttamente all’arrivo dei Magi, ai doni, la nascita quasi non esiste più, forse perché le nostre donne non sanno essere madri. E i bambini, tra televisione e futili regali, sono i più grandi emarginati del nostro tempo: abbiamo rubato loro l’infanzia e la religiosità della vita.

Mi si chiede cosa vorrei trovare questa notte sotto il presepe: la mia Barbara, la mia Flavia, le mie figlie che mi furono tolte quando una maestra, assistente sociale, trovando che la casa non era ordinata me le portò via. Sono sempre stata una disordinata perenne, ma avevo quattro bambine felici alle quali suonavo le “nenie” di Natale. Andando in solaio ho trovato le mie vecchie famose poesie tutte imbrattate delle loro figurine: giocavano con le mie grandi poesie! Io non ho pianto su queste, ma su quelle figurine sì. Loro non sapevano cosa vuol dire genio, conoscevano solo due parole: mamma e bambino.

Il mio presepe privato.

da Avvenire del 21/12/2006

Alda Merini 



Mark Dennison su "Rinascita"


Non è facile dare un giudizio sulla poesia del nostro tempo: una valutazione equilibrata e serena necessita della prospettiva della distanza. Si sente, ad esempio, ripetere che nei tempi che viviamo la poesia è morta e che il progresso vertiginoso della scienza ha contribuito al suo definitivo tramonto. Ma chi ha assegnato alla sola ragione il supremo potere di scoprire la verità?
Sono passate da tempo le esaltazioni illuministiche, positivistiche e storico materialistiche che assegnavano alla ragione tale potere; l’uomo moderno sa bene che, pur essendo essa un mezzo meraviglioso che ha consentito all’uomo di raggiungere traguardi impensabili, è pur sempre un povero tramite per scoprire la verità universale.

Perciò il lettore che si accosti per la prima volta ad Alda Merini probabilmente sarà colpito dalla caratteristica sensualità poetica della forma. Poesia unicamente come compimento di se stessa, poesia come risposta alla propria fragilità: questa la chiave interpretativa delle variazioni metriche della Merini, del suo mondo carnale e naturalistico, delle immagini ricche di sensazioni, di metafore, d’implicazioni concettuali sull’avventura umana. Versi divisi fra flussi di coscienza e un tracciato romantico, disillusi dal reale e basati su inconfessabili moti dell’anima. La Merini vive il tempo del proprio amore inteso anche come maniera d’intuizione del circostante e quindi con inflessioni letterarie che trasfigurano in accensioni quasi cromatiche la costante inquietudine di questa sua pur sofferta gratificazione.

Nelle sue peregrinazioni lessicali, racchiuse entro formulazioni spesso bozzettistiche, il componimento si fa simbolo prima ancora di poter divenire esplorazione linguistica. L’Autrice non giunge mai a soluzioni scoperte, eclatanti, o a visioni assolute, ma solo all’apparente brevità di un movimento metafisico che definisce i sentimenti attraverso la lezione del passato nel timore d’attingerne gli invisibili significati della solitudine e della malinconia.

Il voler cogliere il senso giusto della memoria diviene allora tentativo di fermare l’esistenza nella brevità del ricordo, di sfuggire alla continuità spaziale, di rifiutare l’apparente per modellar da sola il proprio destino. E da qui lo snodarsi di un dialogo, introspettivo e intimistico, che trasforma in allusioni e allegorie il tormento fattosi elegia di questa sua stagione.

In merito alla drammatica e sconvolgente esperienza del manicomio da parte della poetessa “la Merini scrive in momenti di una sua speciale lucidità benché i fantasmi che recitano da protagonisti nel teatro della mente provengano spesso da luoghi frequentati durante la follia. In altre parole, vi è prima una realtà tragica vissuta in modo allucinato e in cui lei è vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo della memoria e viene proiettata in una visione poetica in cui è lei con la penna in mano a vincere”.

Queste le espressioni di Maria Corti che presentano la raccolta di poesie inedite Vuoto d’amore (Mondolibri-Mondadori, Milano 2010, € 11,00). L’accenno biografico della Merini è sicuramente la mappa per muoversi nella propria realtà di visioni e immaginifica. Il volumetto di 136 pagine , si divide in sei settori: Il volume del canto, da Vuoto d’amore – Poesie per Charles (1982), La gazza ladra – Venti ritratti (1985), Per Michele Pierri, da Poesie per Marina [la figlia] (1987-90), La Terra Santa [non inedite], per un totale di 110 poesie.

Per le sue estreme condizioni di povertà Alda Merini, usufruiva dell’erogazione di un assegno straordinario vitalizio in base alla Legge Bacchelli (n. 440 dell’8 agosto 1985) che assegna a quei cittadini che si siano distinti nel mondo della cultura, dell’arte, dello spettacolo e dello sport, ma che versano in situazioni di indigenza. Il nome con cui la legge è nota è dovuta al primo artista beneficato: lo scrittore Riccardo Bacchelli.Tra gli altri, il pensatore Guido Ceronetti, gli scrittori Anna Maria Ortese e Gavino Ledda, il poeta Dario Bellezza, i cantanti Umberto Bindi, Ernesto Bonino e Joe Sentieri, le attrici Alida Valli e Tina Lattanzi, il pugile Duilio Loi, l’attore Salvo Randone, la prima annunciatrice della Rai Fulvia Colombo, l’eroe di guerra Giorgio Perlasca e il poeta Federico Tavan.

Al pensiero dei martiri miliardari di prima serata (Santoro, Fazio, ecc.) con un immenso futuro alle proprie spalle e destinati a grandi cose, viene davvero un irrefrenabile sdegno rabbioso.



Le figlie di Alda



Ci presentiamo siamo Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta,
le quattro figlie della poetessa recentemente scomparsa Alda Merini.
I tristi rintocchi funebri delle campane del
Duomo di Milano pesano ancora sui nostri cuori mentre ricordiamo quello che raccontava di noi:

«Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono»
Nonostante le parole della nostra amatissima madre siamo onorate di comunicare che in sua memoria abbiamo fortementevoluto la realizzazione del sito internet http://www.aldamerini.it 

Un’antologia in ricordo di Alda, un elogio all”ape furibonda”, alla sua figura di scrittrice e madre perché «Niente per una donna è più simile al paradiso di un  figlio che le farà sognare  l’amore per sempre…».














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